Punti di vista

Riprendo alcune domande provocatorie: è possibile sfumare i confini fra utopia e realtà, così da determinare una prospettiva che volga dal paesaggio della desolazione al paesaggio della speranza? Utopia in quanto forma costruibile e sembianza della speranza? Utopia come anticipazione soggettiva e rappresentazione di un futuro oggettivo e realizzabile? Equivocità.
I Extend My Arms 1931 or 1932 by Claude Cahun 1894-1954                                                         2
1931 I Extend My Arms (Richard Peter )                              1945 Dresden After Allied Raids Germany (Claude Cahun)

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Dostoevskij?

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Griffata edilizia civile di pregio per benpensanti e plutocrati in ubertosa e opulenta zona contadina.

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Identità culturale e paesaggistica del territorio matildico: il sistema fortificato e il paesaggio culturale delle terre di Matilde di Canossa (foto non allegata al “Documento di presentazione del progetto finalizzato al riconoscimento nella lista del Patrimonio Culturale e Naturale Mondiale dell’Unesco”)……… “VENDONSI”

Canta l’Epistola  (L. Pirandello)

– Avevate preso gli Ordini? – Tutti no. Fino al Suddiaconato.

– Ah, suddiacono. E che fa il suddiacono? – Canta l’Epistola; regge il libro al diacono mentre canta il Vangelo; amministra i vasi della Messa; tiene la patena avvolta nel velo in tempo del Canone.

– Ah, dunque voi cantavate il Vangelo? – Nossignore. Il Vangelo lo canta il diacono; il suddiacono canta l’Epistola.

– E voi allora cantavate l’Epistola? – Io? proprio io? Il suddiacono.

– Canta l’Epistola? – Canta l’Epistola. Che c’era da ridere in tutto questo? Eppure, nella piazza aerea del paese, tutta frusciante di foglie secche, che s’oscurava e rischiarava a una rapida vicenda di nuvole e di sole, il vecchio dottor Fanti, rivolgendo quelle domande a Tommasino Unzio uscito or ora dal seminario senza più tonaca per aver perduto la fede, aveva composto la faccia caprigna a una tale aria, che tutti gli sfaccendati del paese, seduti in giro innanzi alla Farmacia dell’Ospedale, parte storcendosi e parte turandosi la bocca, s’erano tenuti a stento di ridere. Le risa erano prorotte squacquerate, appena andato via Tommasino inseguito da tutte quelle foglie secche, poi l’uno aveva preso a domandare all’altro: – Canta l’Epistola? E l’altro a rispondere: – Canta l’Epistola. E così a Tommasino Unzio, uscito suddiacono dal seminario senza più tonaca, per aver perduto la fede, era stato appiccicato il nomignolo di Canta l’Epistola. La fede si può perdere per centomila ragioni; e, in generale, chi perde la fede è convinto, almeno nel primo momento, di aver fatto in cambio qualche guadagno; non foss’altro, quello della libertà di fare e dire certe cose che, prima, con la fede non riteneva compatibili. Quando però cagione della perdita non sia la violenza di appetiti terreni, ma sete d’anima che non riesca più a saziarsi nel calice dell’altare e nel fonte dell’acqua benedetta, difficilmente chi perde la fede è convinto d’aver guadagnato in cambio qualche cosa. Tutt’al più, lì per lì, non si lagna della perdita, in quanto riconosce d’aver perduto in fine una cosa che non aveva più per lui alcun valore. Tommasino Unzio, con la fede, aveva poi perduto tutto, anche l’unico stato che il padre gli potesse dare, mercé un lascito condizionato d’un vecchio zio sacerdote. Il padre, inoltre, non s’era tenuto di prenderlo a schiaffi, a calci, e di lasciarlo parecchi giorni a pane e acqua, e di scagliargli in faccia ogni sorta di ingiurie e di vituperi. Ma Tommasino aveva sopportato tutto con dura e pallida fermezza, e aspettato che il padre si convincesse non esser quelli propriamente i mezzi più acconci per fargli ritornar la fede e la vocazione. Non gli aveva fatto tanto male la violenza, quanto la volgarità dell’atto così contrario alla ragione per cui s’era spogliato dell’abito sacerdotale. Ma d’altra parte aveva compreso che le sue guance, le sue spalle, il suo stomaco dovevano offrire uno sfogo al padre per il dolore che sentiva anche lui, cocentissimo, della sua vita irreparabilmente crollata e rimasta come un ingombro lì per casa. Volle però dimostrare a tutti che non s’era spretato per voglia di mettersi «a fare il porco» come il padre pulitamente era andato sbandendo per tutto il paese. Si chiuse in sé, e non uscì più dalla sua cameretta, se non per qualche passeggiata solitaria o su per i boschi di castagni, fino al Pian della Britta, o giù per la carraia a valle, tra i campi, fino alla chiesetta abbandonata di Santa Maria di Loreto, sempre assorto in meditazioni e senza mai alzar gli occhi in volto a nessuno. È vero intanto che il corpo, anche quando lo spirito si fissi in un dolore profondo o in una tenace ostinazione ambiziosa, spesso lascia lo spirito così fissato e, zitto zitto, senza dirgliene nulla, si mette a vivere per conto suo, a godere della buon’aria e dei cibi sani. Avvenne così a Tommasino di ritrovarsi in breve e quasi per ischerno, mentre lo spirito gli s’immalinconiva e s’assottigliava sempre più nelle disperate meditazioni, con un corpo ben pasciuto e florido, da padre abate. Altro che Tommasino, adesso! Tommasone Canta l’Epistola. Ciascuno, a guardarlo, avrebbe dato ragione al padre. Ma si sapeva in paese come il povero giovine vivesse; e nessuna donna poteva dire d’essere stata guardata da lui, fosse pur di sfuggita. Non aver più coscienza d’essere, come una pietra, come una pianta; non ricordarsi più neanche del proprio nome; vivere per vivere, senza saper di vivere, come le bestie, come le piante; senza più affetti, né desiderii, né memorie, né pensieri, senza più nulla che désse senso e valore alla propria vita. Ecco: sdrajato lì su l’erba, con le mani intrecciate dietro la nuca, guardare nel cielo azzurro le bianche nuvole abbarbaglianti, gonfie di sole; udire il vento che faceva nei castagni del bosco come un fragor di mare, e nella voce di quel vento e in quel fragore sentire, come da un’infinita lontananza, la vanità d’ogni cosa e il tedio angoscioso della vita. Nuvole e vento. Eh, ma era già tutto avvertire e riconoscere che quelle che veleggiavano luminose per la sterminata azzurra vacuità erano nuvole. Sa forse d’essere la nuvola? Né sapevan di lei l’albero e le pietre, che ignoravano anche se stessi. E lui, avvertendo e riconoscendo le nuvole, poteva anche – perché no? – pensare alla vicenda dell’acqua, che divien nuvola per ridivenir poi acqua di nuovo. E a spiegar questa vicenda bastava un povero professoruccio di fisica; ma a spiegare il perché del perché? Su nel bosco dei castagni, picchi d’accetta; giù nella cava, picchi di piccone. Mutilare la montagna; atterrare gli alberi, per costruire case. Lì, in quel borgo montano, altre case. Stenti, affanni, fatiche e pene d’ogni sorta, perché? per arrivare a un comignolo e per fare uscir poi da questo comignolo un po’ di fumo, subito disperso nella vanità dello spazio. E come quel fumo, ogni pensiero, ogni memoria degli uomini. Ma davanti all’ampio spettacolo della natura, a quell’immenso piano verde di querci e d’ulivi e di castagni, digradante dalle falde del Cimino fino alla valle tiberina laggiù laggiù, sentiva a poco a poco rasserenarsi in una blanda smemorata mestizia. Tutte le illusioni e tutti i disinganni e i dolori e le gioie e le speranze e i desideri degli uomini gli apparivano vani e transitori di fronte al sentimento che spirava dalle cose che restano e sopravanzano ad essi, impassibili. Quasi vicende di nuvole gli apparivano nell’eternità della natura i singoli fatti degli uomini. Bastava guardare quegli alti monti di là dalla valle tiberina, lontani lontani, sfumanti all’orizzonte, lievi e quasi aerei nel tramonto. Oh ambizioni degli uomini! Che grida di vittoria, perché l’uomo s’era messo a volare come un uccellino! Ma ecco qua un uccellino come vola: è la facilità più schietta e lieve, che s’accompagna spontanea a un trillo di gioia. Pensare adesso al goffo apparecchio rombante, e allo sgomento, all’ansia, all’angoscia mortale dell’uomo che vuol fare l’uccellino! Qua un frullo e un trillo; là un motore strepitoso e puzzolente, e la morte davanti. Il motore si guasta, il motore s’arresta; addio uccellino! – Uomo, – diceva Tommasino Unzio lì sdraiato sull’erba, – lascia di volare. Perché vuoi volare? E quando hai volato? D’un tratto, come una raffica, corse per tutto il paese una notizia che sbalordì tutti: Tommasino Unzio, Canta l’Epistola, era stato prima schiaffeggiato e poi sfidato a duello dal tenente De Venera, comandante il distaccamento, perché, senza voler dare alcuna spiegazione, aveva confermato d’aver detto: – Stupida! – in faccia alla signorina Olga Fanelli, fidanzata del tenente, la sera avanti, lungo la via di campagna che conduce alla chiesetta di Santa Maria di Loreto. Era uno sbalordimento misto d’ilarità, che pareva s’appigliasse a un’interrogazione su questo o quel dato della notizia, per non precipitare di botto nell’incredulità. – Tommasino? – Sfidato a duello? – Stupida, alla signorina Fanelli? – Confermato? – Senza spiegazioni? – E ha accettato la sfida? – Eh, perdio, schiaffeggiato! – E si batterà? – Domani, alla pistola. – Col tenente De Venera alla pistola? – Alla pistola. E dunque il motivo doveva esser gravissimo. Pareva a tutti non si potesse mettere in dubbio una furiosa passione tenuta finora segreta. E forse le aveva gridato in faccia «Stupida!» perché ella, invece di lui, amava il tenente De Venera. Era chiaro! E veramente tutti in paese giudicavano che soltanto una stupida si potesse innamorare di quel ridicolissimo De Venera. Ma non lo poteva credere lui, naturalmente, il De Venera; e perciò aveva preteso una spiegazione. Dal canto suo, però, la signorina Olga Fanelli giurava e spergiurava con le lagrime agli occhi che non poteva esser quella la ragione dell’ingiuria, perché ella non aveva veduto se non due o tre volte quel giovine, il quale del resto non aveva mai neppure alzato gli occhi a guardarla; e mai e poi mai, neppure per un minimo segno, le aveva dato a vedere di covar per lei quella furiosa passione segreta, che tutti dicevano. Ma che! no! non quella: qualche altra ragione doveva esserci sotto! Ma quale? Per niente non si grida: – Stupida! – in faccia a una signorina. Se tutti, e in ispecie il padre e la madre, i due padrini, il De Venera e la signorina stessa si struggevano di saper la vera ragione dell’ingiuria; più di tutti si struggeva Tommasino di non poterla dire, sicuro com’era che, se l’avesse detta, nessuno la avrebbe creduta, e che anzi a tutti sarebbe sembrato che egli volesse aggiungere a un segreto inconfessabile l’irrisione. Chi avrebbe infatti creduto che lui, Tommasino Unzio, da qualche tempo in qua, nella crescente e sempre più profonda sua melanconia, si fosse preso d’una tenerissima pietà per tutte le cose che nascono alla vita e vi durano alcun poco, senza saper perché, in attesa del deperimento e della morte? Quanto più labili e tenui e quasi inconsistenti le forme di vita, tanto più lo intenerivano, fino alle lagrime talvolta. Oh! in quanti modi si nasceva, e per una volta sola, e in quella data forma, unica, perché mai due forme non erano uguali, e così per poco tempo, per un giorno solo talvolta, e in un piccolissimo spazio, avendo tutt’intorno, ignoto, l’enorme mondo, la vacuità enorme e impenetrabile del mistero dell’esistenza. Formichetta, si nasceva, e moscerino, e filo d’erba. Una formichetta, nel mondo! nel mondo, un moscerino, un filo d’erba. Il filo d’erba nasceva, cresceva, fioriva, appassiva; e via per sempre; mai più, quello; mai più! Ora, da circa un mese, egli aveva seguito giorno per giorno la breve storia d’un filo d’erba appunto: d’un filo d’erba tra due grigi macigni tigrati di mosco, dietro la chiesetta abbandonata di Santa Maria di Loreto. Lo aveva seguito, quasi con tenerezza materna, nel crescer lento tra altri più bassi che gli stavano attorno, e lo aveva veduto sorgere dapprima timido, nella sua tremula esilità, oltre i due macigni ingrommati, quasi avesse paura e insieme curiosità d’ammirar lo spettacolo che si spalancava sotto, della verde, sconfinata pianura; poi, su, su, sempre più alto, ardito, baldanzoso, con un pennacchietto rossigno in cima, come una cresta di galletto. E ogni giorno, per una o due ore, contemplandolo e vivendone la vita, aveva con esso tentennato a ogni più lieve alito d’aria; trepidando era accorso in qualche giorno di forte vento, o per paura di non arrivare a tempo a proteggerlo da una greggiola di capre, che ogni giorno, alla stess’ora, passava dietro la chiesetta e spesso s’indugiava un po’ a strappare tra i macigni qualche ciuffo d’erba. Finora, così il vento come le capre avevano rispettato quel filo d’erba. E la gioia di Tommasino nel ritrovarlo intatto lì, col suo spavaldo pennacchietto in cima, era ineffabile. Lo carezzava, lo lisciava con due dita delicatissime, quasi lo custodiva con l’anima e col fiato; e, nel lasciarlo, la sera, lo affidava alle prime stelle che spuntavano nel cielo crepuscolare, perché con tutte le altre lo vegliassero durante la notte. E proprio, con gli occhi della mente, da lontano, vedeva quel suo filo d’erba, tra i due macigni, sotto le stelle fitte fitte, sfavillanti nel cielo nero, che lo vegliavano. Ebbene, quel giorno, venendo alla solita ora per vivere un’ora con quel suo filo d’erba, quand’era già a pochi passi dalla chiesetta, aveva scorto dietro a questa, seduta su uno di quei due macigni, la signorina Olga Fanelli, che forse stava lì a riposarsi un po’, prima di riprendere il cammino. Si era fermato, non osando avvicinarsi, per aspettare ch’ella, riposatasi, gli lasciasse il posto. E difatti, poco dopo, la signorina era sorta in piedi, forse seccata di vedersi spiata da lui: s’era guardata un po’ attorno: poi, distrattamente, allungando la mano, aveva strappato giusto quel filo d’erba e se l’era messo tra i denti col pennacchietto ciondolante. Tommasino Unzio s’era sentito strappar l’anima, e irresistibilmente le aveva gridato: – Stupida! – quand’ella gli era passata davanti, con quel gambo in bocca. Ora, poteva egli confessare d’avere ingiuriato così quella signorina per un filo d’erba? E il tenente De Venera lo aveva schiaffeggiato. Tommasino era stanco dell’inutile vita, stanco dell’ingombro di quella sua stupida carne, stanco della baja che tutti gli davano e che sarebbe diventata più acerba e accanita se egli, dopo gli schiaffi, si fosse ricusato di battersi. Accettò la sfida, ma a patto che le condizioni del duello fossero gravissime. Sapeva che il tenente De Venera era un valentissimo tiratore. Ne dava ogni mattina la prova, durante le istruzioni del Tir’a segno. E volle battersi alla pistola, la mattina appresso, all’alba, proprio là, nel recinto del Tir’a segno. Una palla in petto. La ferita dapprima, non parve tanto grave; poi s’aggravò. La palla aveva forato il polmone. Una gran febbre; il delirio. Quattro giorni e quattro notti di cure disperate. La signora Unzio, religiosissima, quando i medici alla fine dichiararono che non c’era più nulla da fare, pregò, scongiurò il figliuolo che, almeno prima di morire, volesse ritornare in grazia di Dio. E Tommasino, per contentar la mamma, si piegò a ricevere un confessore. Quando questo, al letto di morte, gli chiese: – Ma perché, figliuolo mio? perché? Tommasino, con gli occhi socchiusi, con voce spenta, tra un sospiro ch’era anche sorriso dolcissimo, gli rispose semplicemente: – Padre, per un filo d’erba…..

E tutti credettero ch’egli fino all’ultimo seguitasse a delirare.

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Per più aspetti la storia di Tommasino Unzio parla a chi segna e disegna lo spazio. Ho riletto la novella di Pirandello a partire da questo punto di osservazione perché di focalizzazione si tratta. Il protagonista che si adagia a terra per vedere il mondo da un’altra prospettiva compie un vero e proprio esercizio creativo-etico-visivo. Esercizio in cui si impara a vedere l’infinitamente alto mentre si aderisce all’infinitamente basso. Esercizio di visione del cielo e della terra estremamente umile, di certo meno superbo dell’esercizio stoico di “contemplare dall’alto la totalità e le cose umane”. La pratica della contemplazione dall’alto consigliata da Marco Aurelio, diviene in Tommasino Unzio uno sguardo dal basso verso l’alto. Scrive Marco Aurelio: “Ragionando sugli esseri umani, bisogna osservare in giù le cose terrestri come da qualche luogo alto: moltitudini, eserciti, lavori agricoli, matrimoni, nascite, morti, chiasso di tribunali, luoghi deserti, popoli barbari di ogni tipo, feste, lamenti funebri, mercati” (Pensieri, VII,48); e ancora: “Contempla dall’alto le infinite moltitudini…” (Pensieri IX,30); e di nuovo: “se tu sollevato in alto, potessi contemplare le cose umane e la loro multiformità, pensa che le disprezzeresti, potendo nel contempo guardare quanto è grande l’ambiente tutt’attorno abitato da enti dell’aria e dell’etere, inoltre, tutte le volte che fossi sollevato, vedresti sempre le stesse cose, la ripetitività delle cose, la loro brevità” (Pensieri XII,24). Tommasino, capovolgendo la prospettiva e ponendosi in basso coglie la verità della vita e delle forme evocando “la capacità di interpretare lo spazio, di dialogare con le forme, di comprendere il potenziale iconografico del reale e del virtuale” (cit. Prefazione a Metropoli per principianti di G. Biondillo).

7Sicuramente l’Architettura, tra le arti maggiori, è quella che coinvolge e identifica il contesto sociale quotidiano e per questa ragione aspetti tecnici, tecnologici, ambientali e antropologici sono strettamente legati tra loro in interazioni che al progettista non devono sfuggire per sintetizzarsi nel fine ultimo della progettazione: una bellezza sostenibile. In un momento segnato da un generale affievolirsi della speranza solo la bellezza può ridare entusiasmo e fiducia, ma nella crisi com’è possibile partire dal bello? Che cos’è la bellezza? Qualificare la bellezza significa delimitarla, quindi snaturarla in se stessa. Per definirla bisogna partire dalla reazione che suscita in noi. La bellezza sorprende, provoca e pone delle domande, ma allo stesso tempo ferisce perché ci fa recepire la nostra inadeguatezza. C’è sempre correlazione tra l’opera d’arte e la realtà, i grandi interpreti partono dall’osservazione della realtà: Shakespeare, Amleto: “….ci son più cose in cielo e in terra che nella tua filosofia Orazio!.” La realtà è più ricca di ogni filosofia e immaginazione. Estetica, non quella effimera dell’ultimo gadget dal design seducente, ma quella generata dalle sensazioni di benessere trasmesse all’individuo dal luogo costruito. Sostenibile per la compatibilità ambientale e il fascino esercitato da spazi che sanno accoglierci e, a volte, stupirci per il rapporto di familiarità che riescono a instaurare immediatamente in noi. Un’architettura è buona quando muove dei sentimenti, quando è il prodotto di un dialogo costruttivo tra committente e architetto, ma soprattutto quando può essere vissuta e trasformata da chi la utilizza.

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Spesso, invece, certi progetti sono autocelebrativi del committente e/o del progettista, incuranti della funzione e del contesto. Così, quando l’Architettura si dimentica dell’ingegneria, dell’urbanistica, della tecnica delle costruzioni, dell’estetica, dell’antropologia, della sociologia, della geografia, ma soprattutto della gente si dimostra solo arrogante. E’ bene ricordare che l’architetto non è depositario di alcuna verità, ma la sua formazione si presume lo abbia dotato di una forma mentis volta alla flessibilità mentale, alla progettualità e alla sensibilità etica e culturale. E’ anche vero che non bisogna perseguire l’uniformità, come afferma Kazuyo Sejima “…una gemma può essere incastonata ovunque, ma deve essere una gemma, deve avere il tocco del genio o è solo una costosa scheggia di cemento inserita in un collier di diamanti” e, aggiungo, è volgarità, ignoranza… maleducazione ambientale.

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L’architettura esercita inevitabilmente un impatto culturale sul luogo in cui si inserisce, essendo il prodotto di una civiltà e di un’epoca. Parlare di architettura fermandosi alla questione del “bello” è certamente limitato, ma per quale motivo questo sembra giustificare affermati professionisti a produrre architetture così brutte? Forse perché partendo da una “focalizzazione zero” pensano solo a produrre forme accattivanti, ma che alla resa dei conti risultano sterili, decontestualizzate, oggettivamente inespressive e fine a se stesse. E’ notorio che a livello locale la politica dispone della gestione degli incarichi e mette in scena il rito della solita investitura, andando regolarmente a suggellare quel patto di “fides” che sapientemente lega “il signore” (oggi identificabile con la meno nobile nomenclatura al sevizio di un potere sempre più degradato e corrotto) al vassallo (agrimensore-professionista-immobiliarista-palazzinaro) e si pone costantemente, avidamente, in atto di sottomissione alle richieste dei soliti noti, amici dei potenti amici. Ma cosa accade nella vasta, ariosa e… nobile dimensione nazionale?… Non si registrano variazioni congiunturali significative. In tutte le epoche storiche l’Architettura ha assolto una funzione ideologica e divulgativa; nel Medioevo, per esempio, citando lo storico George Duby “la chiesa romanica è nata dall’oppressione signorile e dalla genuflessione del popolo alle forze oscure che provocavano la carestia, l’epidemia, le invasioni davanti a un Dio che si immagina come un terribile giudice”; successivamente la cattedrale gotica rappresenta la chiesa della rinascita urbana, espressione di uno spirito più fiducioso e ottimistico. L’architettura gotica trasmetteva un messaggio di carattere scolastico, teologico, liturgico, didattico, mistico e politico; questo attraverso strutture proiettate al cielo, vetrate policrome raffiguranti scene della Bibbia, statue e bassorilievi presenti all’interno e all’esterno dell’edificio. Il fedele e suddito restava coinvolto in una sorta di incantesimo e di estasi artistica che lo portavano, più o meno consciamente, all’assimilazione dei precetti religiosi e politici. Chi si cimentò nell’edificazione dell’architettura gotica dovette rapportarsi con il tema della luce e istituì un rapporto luce-Dio in contrapposizione al buio-Satana, andando così a instaurare un ordine e una gerarchia che si muoveva dal caos all’armonia, “ascesi” inevitabile per i progettisti di tutti i tempi.

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Secondo Burckhardt e Schmidt “L’aspetto progettuale deve certo inerire in qualche modo all’utopia, ma questa non può esaurirsi nella progettazione. Concepire utopie comporta anche, senza dubbio, lo sviluppo di finzioni e immaginazioni, ma solo come fattori che operano anche al di fuori dell’utopico: e questo fatto richiede che ci si sappia guardare dalle confusioni fanatiche”. L’architetto deve percorrere il tortuoso sentiero che porta a una visione globale del tema progettuale che, a mio avviso, coincide con un’appercezione dei contesti e delle dinamiche volta all’oggettività e tesa all’obiettivo correttivo di ciò che appare avulso e innaturale: il progettista è un equilibrista che deve avere coscientemente paura di cadere nella banalità volgare di processi edonistici. In un momento storico di crisi come l’attuale è necessario avere una percezione complessiva e complessa del contesto, ciò per non sperperare preziose risorse economiche, naturali, umane, culturali e provare a ridistribuire la ricchezza che se non può essere quella economica può sicuramente essere quella qualitativa degli spazi, nel tentativo di costruire edifici (o meglio riutilizzare quelli esistenti) e contesti sociali che non sviliscano la natura umana, ma che la esaltino offrendo stimolanti prospettive di qualcosa che non è solo dimostrazione di opulenza e di potere, ma elevazione della natura e della condizione umana: unico, innovativo, originale e autentico orizzonte delle attese.

Avere una visione globale vuol dire andare contro corrente, deragliare dai binari, dai modelli proposti troppo spesso orientati al marketing e alla creazione di bisogni effimeri che cessano con l’esaurirsi dell’afflato stagionale e muoversi alla ricerca di focalizzazioni alternative in quest’epoca priva di etica e di qualità.

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Non è un paese per architetti

Per non dimenticare è bene, talvolta, riflettere sulla storia di uomini, di architetti, che hanno dato lustro al nostro paese, ricercati, sostenuti, finanziati e protetti da illuminati e lungimiranti mecenati, ma anche da spietati despoti. Brunelleschi Filippo Architetto e scultore (Firenze 1377 – ivi 1446). Riconosciuto già dai suoi contemporanei tra i fondatori del Rinascimento per le sue opere architettoniche e il suo studio della prospettiva e delle proporzioni. Genio poliedrico, inventore di macchine e congegni rivela nelle sue opere ricerche costanti di modularità, di rapporti matematici tra pianta e sezione, chiarezza delle proporzioni, spesso esaltate dalle scure membrature in pietra serena. Per un lungo periodo gli interessi del B. sembrano concentrarsi da un lato sullo studio dell’antico, in un’indagine documentata e filologica delle forme e dei procedimenti architettonici, compiuta anche con viaggi a Roma, dall’altro sull’analisi della visione e rappresentazione dello spazio. È su questi due motivi, e con una cosciente partecipazione al fervore civile e culturale che caratterizza la Firenze del primo Quattrocento, che si fonda la scelta architettonica del B. Dal 1417 fu impegnato nella più grande impresa fiorentina del tempo, l’ardimentosa erezione della cupola di S. Maria del Fiore: impostata sul tamburo ottagono e costituita da due calotte costruite in successivi corsi autosufficienti (la disposizione dei mattoni a spina di pesce permetteva alla struttura di sostenersi senza bisogno di armature), rafforzata da 24 costoloni in pietra, 8 visibili all’esterno all’intersezione delle vele archiacute, e si conclude nella lanterna (progettata nel 1436), ideale punto di fuga cui concorrono tutti gli elementi verticali e orizzontali dell’edificio. Emblematica soluzione di problemi tecnici, visivi, formali, la cupola è conferma del carattere intellettuale del lavoro costruttivo, atteggiamento mentale che è alla base di tutti gli altri progetti brunelleschiani.

viewing_history_AFrame_7 tumblr_m5m6njjmfg1qgpvyjo1_1280 b44_03 (http://www.treccani.it)

Bartolomeo Francesco Rastrelli (nato nel 1700 circa) dopo alcune brevi esperienze in Italia, Francia, Austria si trasferì in Russia dove la zarina Elisabetta lo nominò architetto ufficiale di corte e in seguito ebbe incarichi anche dalla zarina Caterina II. Rastrelli, tenendo conto delle particolari tradizioni locali che aveva approfondito durante alcuni viaggi, introdusse in Russia forme barocche occidentali sviluppando tuttavia un nuovo stile: “barocco russo” o “barocco petrino”. Sue opere principali a San Pietroburgo: il Palazzo d’Inverno, i palazzi Razumovkij, Stroganov e Voroncov , a Kiev la chiesa di S.Andrea. Morì a San Pietroburgo nel 1771 dopo aver formato diversi allievi nati in quel paese. Altri architetti italiani che lavorarono in Russia furono Michetti, Quarenghi, Rossi, Rinaldi e Chiaveri; prima di loro un ruolo importante fu svolto anche da Domenico Trezzini che diede la prima impostazione urbanistica a San Pietroburgo rastrelli1 san-pietro-burgo-ermitage

Nel 2014 gli umili e miserrimi eredi più o meno talentuosi di questi grandi, archistar del passato, si trovano invischiati, imprigionati, schiacciati da un greve sistema burocratico, amministrato da una nomenclatura di tecnocrati fatui, tronfi, ignoranti e cupidi. Architetti oppressi dall’insostenibile pesantezza del precariato, dello sfruttamento, della tassazione. Tutto ciò non accade nella Russia illuminata dalla dispotica e capricciosa zarina Caterina II, ma in un paese apparentemente, formalmente democratico, civile e garantista dei valori costituzionali a tutela dei cittadini contro possibili arbitri da parte dello Stato. Sono stato recentemente a un corso di formazione professionale obbligatorio che trattava l’argomento della formazione professionale coattiva. Ho fatto notare al docente che la formazione obbligatoria, vincolata dal numero di crediti annui da raggiungere, è inficiata dal fatto che il professionista, al fine di perseguire gli obiettivi mirati al proprio lavoro, potrebbe seguire corsi senza alcuna finalità oggettivamente formativa, questo solo per assecondare servilmente la richiesta di credito dello Stato, avallata anche da un ordine professionale sempre complice e compiacente. Non ho avuto risposta.

Lo Stato negli ultimi anni ha imposto agli architetti, in quanto professionisti, balzelli d’ogni genere: assicurazione professionale obbligatoria, corsi di aggiornamento professionale coattivi, esosi versamenti Inarcassa che prescindono il fatturato del professionista, lavoratore che è spesso legato a uno studio con un fittizio contratto di libera professione (nella realtà si concretizza un rapporto di lavoro esclusivo), determinato nel tempo, senza tutele, garanzie o vera previdenza; infine, il folle POS bancario: si evince che la società New York Times dovrà saldare la parcella dell’architetto Renzo Piano con il bancomat. Vergogna! I suddetti provvedimenti avrebbero avuto senso in un paese in cui vige la legalità, un mondo perfetto o perfettibile, in un paese anglosassone, sicuramente non nell’ Italia di oggi, in cui il settore edile è caduto in un baratro senza fine, fatto di corruzione, nepotismo, incompetenza, profonda ignoranza e omertà; orrido dal quale sarà impossibile risalire per parecchio tempo. Queste iniziative del Legislatore lasciano chiaramente intendere che siamo amministrati da tecnici estranei alla realtà lavorativa specifica del settore. Dal SAIE il Presidente di Confindustria ha profetizzato il rilancio dell’edilizia grazie alla ricerca e all’innovazione tecnologica, aedo del solito slogan propagandistico efficace sia per il rilancio del settore agro-alimentare sia del comparto mecatronico…. L’oracolo di Delfi, previa mediazione della Pythía, la profetessa la cui essenza sacra fin dall’antichità era regolata dalla purezza e dalla continenza, condizione esibita anche per mezzo di un preciso abbigliamento e di un’alimentazione regolata (profilo etico ed estetico a cui molti tecnocrati e burocrati dovrebbero ispirarsi), ha rivelato il suo responso a un rappresentate dell’Ordine Nazionale degli Architetti: la crisi della nostra professione è da attribuirsi non solo alle evidenti contingenze internazionali, ma all’esorbitante numero di architetti presenti in Italia, riferisce, inoltre, che nel Regno Unito e in Francia sono circa 30.000 a fronte dei nostri 150.000, ma omettendo di precisare che ci sono migliaia di “altri” tecnici abilitati dallo Stato italiano a svolgere le medesime funzioni, mancanti, però, degli stessi requisiti professionali e culturali. Credo, invece, che la crisi che colpisce la categoria degli architetti (in Italia) sia dovuta a tre fattori determinanti: corruzione, progettazione architettonica consentita dalla legge a categorie professionali non qualificate nello specifico, mancanza di una cultura progettuale popolare. Questa è la realtà italiana dell’architettura. Drammatico sentire delle speranze, dei sogni infranti di giovani architetti sfruttati nelle piccole realtà come negli studi delle archistar, posizionati in batteria come in un pollaio, con orari improbabili, stipendi da fame, proprio perché non hanno un parente o un amico che sia nelle condizioni di sistemarli, peraltro ora è spesso l’unica via percorribile quando appare impossibile vincere un concorso, infatti, c’è sempre qualcuno che arriva prima…. difficile concorrere ad armi pari perché questo è il sistema. Sinonimo di mafia non è soltanto criminalità organizzata, ma nepotismo, clientelismo, familismo, favoritismo.

Uno dei miei colleghi romani nel 1980 va a trovare Frank Coppola, appena arrestato, e lo provoca: “Ò Signor Coppola, che cosa è la mafia?” Il vecchio, non nato ieri, ci pensa su e poi ribatte: “Ò Signor giudice, tre magistrati vorrebbero oggi diventare procuratore della Repubblica: uno intelligentissimo, il secondo gode dell’appoggio dei partiti di governo, il terzo è un cretino, ma è proprio lui che otterrà il posto. Questa è la mafia.”  Giovanni Falcone

Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola. Giovanni Falcone

La pienezza… del vuoto.

Orizzonte, cielo e mare si toccano, ma non si fondono, sono simili, vuoti e allo stesso tempo pieni, pieni di materia e di “spazio” (Vuoto?). Cosa affascina degli spazi vuoti? Forse che il vuoto davanti a noi ci seduce con la possibilità di riempirlo non di cose, ma di pensieri, sensazioni, emozioni? Nei miei viaggi ho notato che le persone abituate a vivere i “vuoti” sono più serene di quelle che vivono i “pieni”. I vuoti mancano di quei “filtri” (media e telecomunicazioni) che ci impediscono la relazione con la natura e con il nostro “Io” nella ricerca dell’equilibrio necessario a dare un senso alla nostra effimera esistenza. Credo che queste percezioni debbano far parte del processo creativo/progettuale che produrrà una qualsiasi modifica all’ambiente da abitare e non. Sono convinto che il progettista non debba creare luoghi che riempiano i “vuoti” e le “mancanze” degli abitanti, ma spazi nei quali le persone possano portare “qualcosa” e riempirli di “Umanità”. E’ il principio inverso che regola l’attuale “cultura” occidentale: illudere le persone che necessitino dell’ultimo “prodotto” messo in commercio e, ciò che è peggio, non devono preoccuparsi di nulla, qualcuno troverà la soluzione al “problema”. Il fuoco, il mare, il cielo e gli altri elementi primordiali ci ricordano, se prestiamo attenzione, quanto apparteniamo alla Natura ed è con Lei e in Lei che dobbiamo vivere e trovare il ruolo esistenziale che tanto ci sfugge. Nelle culture orientali, da sempre tra le più intrise di spiritualità, l’habitat è contrassegnato da “vuoti”: ampi parchi in cui svolgere attività fisica e spirituale, abitazioni nude di quelle “suppellettili” che possono distrarci da noi stessi. Oggi parchi e giardini sono fruiti in maggioranza da cittadini stranieri che li vivono come luogo d’incontro, socializzazione e svago, mentre “l’Architettura d’immagine” propone una residenza o un luogo di lavoro che sia il più possibile autosufficiente (piscina, sala cinema, sala fitness …). L’opportunistico “terrore mediatico” spinge all’autosegregazione casalinga delle persone anziché all’evasione socializzante e al recupero comunitario di quegli spazi ormai sfondo grigio alle attività lavorative o di transito quotidiane. Questa “chiusura” al mondo esterno ha sicuramente contribuito al degrado delle città consentendo a “virus criminali” il contagio e il deterioramento che porta alla morte di ampie e vitali realtà urbane. Svuotiamoci di “cose” nel privato per cercare noi stessi e risanare con l’umanità ritrovata gli ambiti sociali quotidiani. “Quello che rimpiango è il cinema di quartiere, con le sue orride pubblicità per la tintoria dirimpetto”. (Specie di spazi – Georges Perec)

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                                            “Pieno di merito, poeticamente abita l’uomo” Opera di Graziano Pompili

In Italia non esiste una cultura del progetto

In taluni contesti provinciali, chiusi, campanilistici ma opulenti è inveterata costumanza considerare gli architetti inutili perché ritenuti equivalenti ad altri professionisti del settore oppure vederli come eccentrici membri di un club esclusivo, mentre altre volte appaiono utopisti convinti di vivere in un mondo perfettibile, ma la definizione che più mi ha fatto riflettere è: “ … gli architetti si vestono bene, vendono fumo senza faticare e guadagnano un sacco di soldi!” Direi che, drammaticamente per molti, quest’ultima sintetizza l’IMMAGINE/RUOLO socioculturale che oggi identifica la categoria. Ritengo che la diffusione di una cultura del progetto sia necessaria, da promuovere e sostenere per rimediare alla condizione di svilimento assoluto in cui si trova la professione (IN ITALIA), così da restituire all’architetto la dignità e il riconoscimento che gli spetta nella cosiddetta “Società Civile”. Talvolta può capitare di incontrare professionisti incompetenti, vani e superficiali che danno fondatezza allo “scetticismo popolare”, probabilmente essi mancano della consapevolezza, della sensibilità e della cultura necessarie per comprendere le responsabilità che hanno nel condizionare i contesti, l’ambiente e l’opinione pubblica. Molta confusione e ignoranza celano la vera natura dell’architetto, questo credo sia dovuto al fatto che esiste una sovrapposizione di ruoli tra figure professionali con competenze molto diverse tra loro, ma che la normativa italiana, UNICA AL MONDO, accorpa per la realizzazione del prodotto finito: la costruzione di un edificio. Esiste una differenza oggettiva tra “La casa sulla cascata” di F.L. Wright e la “banalità edilizia” che ha invaso le periferie italiane inducendo gli individui a un imbarbarimento interiore e morale. Le responsabilità non sono ascrivibili soltanto ai progettisti, ma anche alle committenze poco attente e preparate che si accontentano o si lasciano abbagliare dalle cosiddette “finiture di pregio” ignorando completamente la composizione architettonica dell’edificio e la sua collocazione nello spazio e nel tempo. La mia proposta mette al centro la Pubblica Amministrazione nel doppio ruolo di educatore/divulgatore e destinatario di messaggi informativi e formativi. “Kalos kai agathos, bello e buono. L’ideale greco dell’uomo si esprimeva nella sintesi di bellezza e di bontà: la bellezza si coniuga con la bontà e la bontà con la bellezza. Se ce ne fosse pure bisogno, basterebbe questa interazione per rendere forte l’esigenza della formazione alla bellezza, della formazione artistica sin dai primi anni di vita del bambino, nella famiglia, nella scuola. Educare al bello nelle sue mille sfaccettature. Il bello come obiettivo essenziale da tenere sempre presente in ogni attività formativa delle scuole, delle pubbliche amministrazioni. C’è il bello dei colori e delle forme, a cominciare dalle simmetrie della natura, del corpo umano, c’è il bello della parola, della poesia, del canto, della musica. Quanto spazio dovrebbe e potrebbe essere dedicato all’arte nelle scuole per rendere sensibili gli animi al bello e quindi al bene?. Suvvia, non c’è solo una disciplina specifica, arte, ma tutte le discipline possono dare un contributo all’educazione artistica, anche la geografia, la fisica, la letteratura, la matematica. Importante è ricordare che i giovani debbono crescere in virtute e canoscenza.  I Greci chiamavano la virtù “aretè”, cioè verità, bellezza, bontà.. Questo già gli Ateniesi avevano capito ed avevano creato il modello di democrazia a cui noi ancora aspiriamo e le scuole insieme alle pubbliche amministrazioni possono aiutare a realizzare solo se queste ultime si mettessero al sevizio dei cittadini.” (Da Educazione & Scuola – Umberto Tenuta). La divulgazione dovrebbe avvenire con la promozione e l’organizzazione di incontri e dibattiti per e con i cittadini, in cui professionisti dalle indubbie capacità (NO amici degli amici…) siano chiamati a illustrare la teoria e la pratica del “buon progetto”. Il proposito è quello di educare le persone, radicare l’idea che un’alternativa alla “Speculazione edilizia” di calviniana memoria esiste. Le pubbliche amministrazioni acquisirebbero il ruolo di informatori tecnico-culturali grazie alla mediazione di ARCHITETTI/PROFESSIONISTI competenti che propongano “lezioni pubbliche”, dando avvio a un percorso di conoscenza e sensibilizzazione rivolto in primo luogo ai propri tecnici, affinché possano  acquisire  capacità  critiche, selettive e in futuro impediscano anomalie e orrori come la collocazione di enormi lecca-lecca “tricolori” al centro di una rotatoria stradale all’ingresso dell’area urbana cittadina.

installazione-scultura Rotonda-Pieve-presentazione-scultura-tricolore-12_1_13-3-600x487                                                                                                   INAUGURAZIONE STATUA TRICOLORE GERRA ROTONDA PIEVE

Si tratta di iniziative semplici e attuabili, ma che sono contrastate dalla diffidenza, l’ignoranza, l’arroganza, l’edonismo, l’egoismo e la miserevole condizione umana di burocrati troppo occupati a consultare il loro “smartphone” quasi fosse l’Oracolo di Delfi. Sapiente è colui che sa di non sapere. (Socrate)

Perchè mi piace Renzo Piano?

Renzo Piano mi piace perché non ha uno stile e i suoi progetti sono così organicamente inseriti nel tempo e nello spazio che i nuovi edifici danno l’impressione di essere preesistenze. Le idee nascono dal luogo e dalle problematiche connesse alle esigenze espresse dagli abitanti che lui puntualmente coinvolge nel processo creativo. Gli edifici concepiti e realizzati citano le espressioni più alte della progettazione architettonica, dalla “macchina per abitare” di Le Corbusier evocata nei musei progettati quali la Fondazione Beyeler a Basilea o la sede della Collezione Menil a Houston, a Villa Malaparte per il Centro nazionale della Scienza e la Tecnologia di Amsterdam fino alle citazioni storiche come l’architettura gotica per la chiesa di S. Giovanni Rotondo dedicata a Padre Pio. Comprendere il passato per realizzare il futuro. Sicuramente persona colta e sensibile, riesce a progettare edifici in luoghi, anche i più remoti, ampliandone la personalità evocando ed interpretando pensieri e sogni degli abitanti come per il Centro Culturale Jean Marie Tjibaou in Nuova Caledonia. Ha capito che quanto progetterà e costruirà non gli appartiene, ma sarà pertinenza di quel luogo e, soprattutto, delle persone che lì vivranno. Questo atteggiamento non colonizzatore ed egocentrico è sicuramente raro e in controtendenza rispetto ai numerosi casi in cui progettisti, definiti giustamente con l’accezione negativa di “Archistar”, hanno elaborato uno stile che piace molto alle ignoranti e poco preparate Pubbliche Amministrazioni, in Italia e nel mondo, che ne fanno ampio sfoggio deturpando paesaggi e “violentando” abitanti con “oggetti” che esprimono più l’estetica di un soprammobile che la realizzazione di un progetto architettonico.

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Progettare vuol dire partire ogni volta da zero conoscendo nuovi luoghi, diverse persone e ascoltando entrambi per elaborare un progetto che non sia figlio di idee preconcette, ma nasca dai reali sogni, bisogni e ambizioni della società che quel progetto ha chiesto e si merita. Progettare in questo modo è rischioso perché rimettersi in gioco ogni volta, con un’estetica finale del prodotto diversa dall’ultimo progetto gradito ai più, potrebbe far calare “l’indice dei consensi”, ma solo così credo che si possa esprimere onestà intellettuale e vera creatività progettuale. Ha capito e dimostrato che l’architetto è solo un interprete dei desideri altrui e che il suo progetto deve appartenere al luogo e ai suoi abitanti. Umiltà, onestà e creatività dovrebbero essere le basi culturali di un bravo progettista.

Parlando di progettazione…

Cos’è il progetto? La domanda è solo apparentemente banale, pur giustificando i non addetti ai lavori, spesso anche i neolaureati in architettura sono in difficoltà nel fornire una risposta. La definizione più inquietante che ho sentito è stata: “… eh… il progetto sono i disegni!” Credo che non esista un assioma per definire il concetto di progetto, ma la mia interpretazione è questa. Il progetto è simile alla performance dell’atleta, c’è una preparazione in cui si affina la tecnica e si allenano il corpo e la mente, ma al momento della gara, per essere il migliore, sarà necessario metabolizzare e sintetizzare tutto quanto acquisito per concretizzarlo in un’ottima prestazione, dovrà emergere “il talento personale”. Il processo progettuale si fonda sulle cognizioni e le esperienze personali acquisite, quotidianamente ampliate, alle quali il progettista attinge nell’elaborazione progettuale. E’ un momento creativo intenso che non si esprime in eccentrico ed estroso pathos fine a se stesso, ma nella raccolta di nozioni, sensazioni e aspirazioni che si devono comporre per formulare una proposta ideale ai bisogni reali. Spesso si crede che il talento di tanti competenti progettisti nasca da un’attitudine innata o che sia una sorta di dono divino; io penso che, dando per scontata la passione individuale per la materia, la capacità di progettare nasca “dall’essere persona” consapevole dei bisogni e delle problematiche sociali e ambientali. Il percorso tecnico per diventare architetto è solo una parte del tracciato formativo di un progettista. Essere un progettista presuppone un approccio culturale alla vita a 360°, curiosità riguardo le attività, le discipline più disparate senza tralasciare le humanae litterae e “il viaggio” come momento formativo ed informativo. Un detto popolare sostiene che gli architetti sanno poco di tutto, mentre gli ingegneri tutto di poco; credo che in parte sia vero, ma ciò rappresenta anche una potenziale risorsa da cui attingere ispirazioni e argomenti. Le contaminazioni prodotte dalle molteplici conoscenze sono, per la mente che sa coglierle, risorse infinite da utilizzare nel processo progettuale. Conoscere gli usi e i costumi di un popolo o le abitudini del committente consente di mirare le scelte progettuali in modo da migliorarne la qualità della vita.

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Noi progettiamo per soddisfare i bisogni del nostro committente e non, o non solo, per il nostro ego. Questo non vuol dire assecondarne le idee bizzarre, ma trasformare le sue visioni in “visioni architettoniche” in cui pensieri ed emozioni sono convertiti in forme geometricamente definite e spazi funzionalmente fruibili.

Matera… Materia

Matera è sicuramente uno dei luoghi più suggestivi e primordiali che abbia visitato. In passato è stata definita come la vergogna d’Italia, ma poco si era compreso all’epoca dell’importanza storica, culturale e antropologica dello stile di vita degli abitanti. Si tentò di “ripulire” le coscienze di un perbenismo ignorante spostando le persone in nuove case, spersonalizzate e spersonalizzanti costruite secondo i dettami igienico sanitari di un “Paese Civile”. Non si capì che le persone avevano mantenuto un legame antico con l’ambiente, intuendo l’equilibrio tra natura e artificio che noi, oggi come allora, abbiamo perso in nome di uno standard qualitativo dell’abitare che nulla ha a che vedere con le interazioni uomo ambiente, molto più profonde e ancestrali. Oggi ci riempiamo la bocca di termini e concetti come “ecocompatibile, ecosostenibile, classificazione energetica, feng shui”, dando una connotazione innovativa e commerciale a concetti che l’uomo ha sempre avuto innati in sé, quando aveva ancora voglia di ascoltarsi e ascoltare la natura. Chiariamoci, non promuovo il ritorno a contesti preistorici, dico solo che l’uomo in passato era più consapevole dell’appartenenza all’ambiente naturale, mentre ora lo guarda come uno sfondo uniforme in cui andare ad inserire qualsiasi tipo di costruzione convinto, nella maggior parte dei casi, che il progresso costruttivo sia prettamente tecnologico.

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Questa è la direzione che abbiamo intrapreso da anni, siamo esperti nell’uso dell’ultimo gadget tecnologico, ma siamo assolutamente indifferenti allo scempio perpetrato nei confronti dei “NOSTRI” beni culturali da burocrati ignoranti e senza scrupoli. Matera è l’essenza della materia, materia umana, spirituale e costruita. Il simbolo, e ora il ricordo, di come bastasse ascoltare se stessi e la natura per trovare la giusta soluzione all’esigenza dell’abitare e della convivenza civile. Tutto ciò ora si è perso, il progetto è diventato funzionale all’autoaffermazione professionale o, peggio, alla gratificazione del Committente e non è più appreso e compreso come la ricerca spasmodica della migliore soluzione agli specifici problemi, a cui ogni progettista è chiamato a pensare e trovare soluzione. Sono convinto che tra una cosa fatta bene (PENSATA) ed una fatta male (PENSATA EDONISTICAMENTE) ci sia una risibile differenza di costo rispetto alla qualità umana e ambientale del risultato finale.