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“LA FALDA E LA SUA ENORME IMPORTANZA NELL’URBANISTICA”

http://www.reggionline.com/?q=content/reggio-emilia-anche-dario-fo-contro-il-park-vittoria-leggi

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Reggio Emilia, anche Dario Fo contro il Park Vittoria
22 Set 2015
Il premio Nobel sarà a Reggio il 3 ottobre per partecipare al sit-in “Papere al Park Vittoria: creiamo un’oasi naturalistica”. Il suo intervento: “Reggio faccia come Catania, deve bloccare i furbastri”
REGGIO EMILIA – Anche il premio Nobel Dario Fo dice no al Park Vittoria di Reggio. In un intervento scritto di suo pugno, e diffuso da Francesco Fantuzzi di Città Aperta, Fo è anche pronto – impegni permettento – a partecipare al sit-in “Papere al Park Vittoria: creiamo un’oasi naturalistica” in programma il 3 ottobre. Tutto per fermare il cantiere.

LA FALDA E LA SUA ENORME IMPORTANZA NELL’URBANISTICA
di Dario Fo
Già Ippocrate, medico e geografo greco, avvertiva dell’attenzione che bisogna tenere nel servirsi delle falde acquifere e del loro transito ai vari livelli del terreno. Se si agisce senza conoscenza del problema, si rischiano come minimo inondazioni e disastri, nei quali tutta una città può trovarsi invasa dalle acque.
E’ quello che è successo a Reggio Emilia, dove il Comune a maggio 2011 aveva deciso di affidare ad un grande imprenditore, un principe siciliano dal nome altisonante – Filippo Lodetti Alliata – specializzato in costruzione di garage sotterranei, il compito di iniziare a scavare in un grande slargo del centro urbano (Piazza Vittoria) per realizzare il posteggio in questione.
Il comune non si è informato con sufficiente attenzione sull’imprenditore ingaggiato. Francesco Fantuzzi, uno dei promotori del movimento contestatario, ha infatti scoperto che Reggio parcheggi Spa è un’impresa singolare: al momento della stipula non aveva sede a Reggio ma in provincia, a Bibbiano. Per di più, al numero civico 2 di via Vittorio Veneto, dove si sarebbe dovuta trovare, non c’erano indicazioni. “L’abbiamo cercato per giorni” – assicura Fantuzzi. Stiamo rivivendo il clima di un capitolo de “Le anime morte” di Gogol, dove i protagonisti della storia sono inesistenti. Quindi il Comune di Reggio ha trattato con il nulla, sia dal punto di vista giuridico che da quello imprenditoriale… che strano Comune! E soltanto dopo la denuncia di Fantuzzi (maggio 2014) l’impresa ha spostato la sede legale nel Comune che l’ha incaricata. Perchè?
I lavori sono cominciati nella seconda metà del 2014. Il primo risultato della trivellazione per raggiungere il sottosuolo è stata la scoperta di reperti antichi riguardanti i mosaici di una domus romana. Ma l’impresa non si è assolutamente soffermata nemmeno per un attimo a meditare sul prosieguo o meno dei lavori, ha tranquillamente continuato a scendere negli scavi a livelli sottostanti fino a intaccare una falda fondamentale che, invece d’essere rispettata e messa in condizione di fluire normalmente, la si è sfondata. Le acque sono uscite abbondantemente e hanno invaso lo slargo, creando un vero e proprio piano acquifero per l’intiera piazza.
A questo proposito ecco la recente testimonianza del gruppo contestatore.
Il 7 agosto i tecnici dell’AUSL di Reggio Emilia si sono recati al cantiere di Park Vittoria per effettuare i test antizanzare nella palude dello scavo.
Ebbene, a conferma di quanto già detto nei giorni scorsi, al cantiere i responsabili AUSL non hanno trovato nessuno, solo le zanzare.
Perché i tecnici del comune e il signor “tutto ok” Filippo Lodetti non erano presenti all’appuntamento in cantiere a collaborare con la AUSL di Reggio Emilia su una questione tanto delicata?
Qual è l’interesse pubblico? La salute di tutte e tutti o un inutile e dannoso parcheggio per il profitto di pochi?
Ma andiamo indietro di qualche giorno. Il 4 agosto secondo i programmi del Comune, la piazza doveva essere finita e coperta, invece c’erano 20 cm di acqua di falda in tutto lo scavo e, attenzione, che incidono anche sulla stabilità degli edifici circostanti.
In questi ultimi giorni d’estate è accaduto qualcosa di straordinario ed incredibilmente poetico. Svolazzanti sopra lo slargo d’acqua sono apparse delle anatre selvatiche che, dolcemente, si sono posate sull’acqua della piscina, starnazzando festose per quella scoperta per loro miracolosa.
Peccato che tutta l’area sia stata bloccata da una recinzione in legno che impedisce l’accesso alla zona centrale. Certamente oltre le anatre ci sarebbero stati benissimo i bambini rimasti in città, che avrebbero sguazzato festosi insieme alle anatre.
Questo pensiero ha prodotto l’idea che ha letteralmente esaltata l’intera città: il trasformare quella ferma palude in una piscina magica. Il giorno appresso ebbe inizio una strana festa dal titolo “Per quest’anno puoi cambiare, in piscina devi andare”. Era presente un folto gruppo di giovani, maschi e femmine, che inscenavano uno spettacolo davvero originale. Non potevano mancare il lettino da spiaggia, la sdraio, un colorato ombrellone e qualche gonfiabile.
Ogni partecipante indossava costumi da bagno e calzava sandali. Ancora più strano è stato vedere le signore passarsi e spalmarsi la crema abbronzante. Occhiali da sole in quantità, leggeri palloni lanciati dai ragazzini e radioline che diffondevano canzoni da spiaggia.
Fra di loro c’erano anche due vu cumprà, naturalmente finti.
Questa manifestazione ha avuto un grande successo: la gente si fermava incuriosita e chiedeva la ragione di quello strano spettacolo. Così ognuno veniva a sapere della sconsiderata decisione del Comune di sfondare il piano della piazza per questioni esclusivamente di profitto, senza curarsi dei danni creati ai cittadini, a partire dai gestori dei negozi che si affacciano sullo slargo, che ormai da mesi e mesi stanno perdendo tutti i propri clienti. E i cittadini spettatori hanno presunto soprattutto che l’impresa alla quale il Comune aveva commissionato i lavori fosse in gravi difficoltà finanziarie, tali da pregiudicare il prosieguo dei lavori. Era chiaro che appresso chi avrebbe dovuto rimborsare i denari di quel disastro sarebbero stati sempre i cittadini stessi.
Ora quegli stessi cittadini ritorneranno in piazza sabato 3 ottobre, alla ricerca delle anatre.
L’unica speranza è che si ripeta quella decisione di Catania, dove il comune ha bloccato all’istante i contatti con l’impresa che si stava comportando allo stesso modo dei furbastri di Reggio Emilia, per irregolarità amministrative, impedendo loro la messa in atto del progetto.

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Omnia munda mundis

“Non è accettabile nell’onestissima, rossissima e cooperativissima Emilia!”, così si esprime qualcuno, effettivamente devo riconoscerlo, alla luce delle circostanze e delle coincidenze professionali che mi hanno consentito di conoscere meglio questo territorio, un’anomalia esiste. Incredibilmente c’è ancora chi finge stupore, chi pare incredulo, chi smarrito, turbato o disorientato…magari spaesato. Ma questo come può accadere? Deterioramento cognitivo? Sindrome di Stendhal o Sindrome di Gerusalemme? Da sempre opulenta, operosa e generosa terra contadina, onesta e coraggiosa, parsimoniosa e cooperativa, tollerante e solidale, Reggio Emilia è una piccola città di provincia, ma oggi con ambizioni metropolitane, vorrebbe distinguersi, spiccare e imporsi, purtroppo però la sua anima appare ancora sfuggente e chi la visita riparte pensando che della città gli sia rimasto poco; il viandante fatica a capirla senza la guida di un indigeno, proprio perché il meglio è tenuto ben nascosto…. Negli ultimi vent’anni una pianificazione dubbia o assente ha portato alla costruzione di quartieri non serviti da strade e infrastrutture calate nel nulla per encomiare interessi oligarchici, come la Stazione Mediopadana o i Ponti di “Malatrava” edificati nella campagna Reggiana completamente avulsi dalla realtà circostante. Tralasciando la querelle costi-utilità, non si può che sottolineare come tali prodezze architettoniche suscitino impressioni oscillanti tra l’opera incompiuta, gli effetti di una catastrofe atomica: macerie nel vuoto del dintorno in bilico tra campagna e città, vuota assenza…in attesa, e la concreta materializzazione della “Stazione Bastiani”, non più fortezza! Però l’immaginifico narrativo è altra cosa…qui mancano surrealismo e metafisica.

Calatrava 1  Calatrava 2

Calatrava 3 Qualcuno sostiene che queste escrescenze architettoniche siano l’effetto ultimo di un del(i)rio d’eccellenza: Alta velocità a Reggio, Delrio:”Questa stazione è il segno che l’Italia ce la può fare”. http://gazzettadireggio.gelocal.it/reggio/cronaca/2013/06/08/news/stazione-mediopadana-in-corso-l-inaugurazione-1.7220110

I PURI E…GLI INCREDULI. 

Le indagini hanno ufficializzato la presenza della ‘ndragheta sul territorio reggiano, ma bastava osservare il paesaggio per notare interi quartieri costruiti e abbandonati, tutti sapevano…Chi negli anni ha permesso il radicarsi del fenomeno malavitoso e la contaminazione al mondo dell’imprenditoria locale? Chi ha sostenuto la ‘ndrangheta a Reggio Emilia? Il territorio è gestito dalla politica e lì si devono trovare le risposte: compromessi e affari. In questi anni gli amministratori locali hanno incoraggiato la speculazione edilizia stringendo legami con costruttori cutresi, e non solo, che subappaltavano le commesse delle cooperative; hanno cercato un’espansione a tutti i costi credendo che si potesse costruire in eterno, tutto ciò a danno dell’onesta cittadinanza, oggi proprietaria di immobili deprezzati o privi di valore. Intanto c’è chi dovrebbe chiarire meglio davanti alla magistratura i motivi della propria partecipazione alla processione del Santissimo Crocefisso a Cutro, in periodo elettorale, insieme ad altri devoti candidati sindaci e consiglieri comunali, inoltre, sarebbe interessante carpire le ragioni profonde che hanno indotto tali amministratori alla promozione del gemellaggio con la stessa, seppur pregevole, città calabrese. Comunque sia, e’ recente la notizia del trasferimento premio, nella capitale, del comandante provinciale dei Carabinieri che ha indagato, negli ultimi tre anni, sulle infiltrazioni mafiose nella città emiliana…opportune coincidenze. http://gazzettadireggio.gelocal.it/reggio/cronaca/2015/06/26/news/il-colonnello-zito-lascia-reggio-antimafia-resta-ancora-molto-da-fare-1.11680009

Dalle recenti inchieste sulla corruzione a Reggio Emilia emergono fatti di cui tutti, tecnici e professionisti erano ufficiosamente a conoscenza. Negli ultimi vent’anni un fiume di denaro dalle più o meno oscure origini ha invaso il mercato edilizio locale. La crescita esponenziale dei prezzi dei terreni edificabili, in particolare nella zona sud, ha dato avvio a ingiustificate e ipertrofiche lottizzazioni non supportate da adeguate infrastrutture, inflazionando così la dotazione di alloggi di una cittadina di provincia (solo nel Comune di Reggio Emilia sarebbero 7.000 quelli invenduti) con l’inevitabile contrazione del mercato immobiliare. Oltre agli investitori si sono moltiplicate le imprese edili autoctone e “gemellate” che senza scrupoli, cultura, buon senso, ma con arroganza e supponenza hanno assoldato i loro degni tecnici di fiducia, molti dei quali indigeni artefici dell’imprinting cittadino del terzo fulgido centenario Tricolore. Nel settore privato i progetti sono acquisiti da chi detiene un’opzione sul terreno edificabile in alternativa al committente, mentre per gli incarichi pubblici la scelta del progettista è decisamente più semplice, in quanto dettata dall’appartenenza, dalla militanza politica o ancora meglio dalla vicinanza parentale o togata ai politici di turno. “Reggio Emilia, Delrio e quell’appalto da 140mila euro alla ditta del cugino”http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/01/reggio-emilia-graziano-delrio-e-quellappalto-da-140mila-euro-alla-dittadel-cugino/898582/. Sorrisi ammiccanti, mani che si stringono, biglietti da visita che si scambiano, favori che si chiedono e favori che si ricevono. Un grande bazar in cui l’unico valore che circola è quello del denaro, non certo delle idee. Chi si aggiudica la commessa gestisce questa manna dal cielo con la stessa tracotanza con cui l’ha acquisita; propone progetti senza contenuti perché vive proiettato alla successiva, immeritata investitura e con l’occhio dello stolto copia malamente lavori già eseguiti, preferibilmente di qualche archistar straniera, fa sviluppare miserevoli idee a praticanti sottopagati e impreparati con l’unico obiettivo di produrre renderings dalla grafica accattivante, ma dalla qualità progettuale dubbia. Tali ossequiati paladini dell’edilizia realizzano edifici malfatti, raffazzonati, menomati, deficitari, frutto di ignoranza, superficialità e inevitabile foga. In un passato recente nei periodi di abbondanza restavano le briciole per i figli di nessuno, ma oggi essi sono esclusi dal banchetto mentre agli amici degli amici gli affari vanno sempre meglio. Quando non si è ipocriti, farisei, mercanti o mercenari, ignavi incensatori, lustrascarpe o leccapiedi si rimane ai margini, paria, portatori di virus che potrebbero infettare la sana, olente, corruzione civile, borghese e bigotta, comunque di basso profilo. Coerentemente alla storia millenaria di questo paese il crescente divario sociale è ancora conseguenza dell’appartenenza o meno ai nuclei di potere che vanno dalla politica fino ai clubs parrocchiali, in cui devoti architetti commerciano nel tempio acquisendo benemerenze e commesse.

COMMESSE PUBBLICHE E PRIVATE: PALUDI E VOLIERE.

“Niente è più misero eppur più superbo dell’uomo.” Plinio il Vecchio

Tipologia: commesse pubbliche.

…Un centro che un tempo era città e presto una grande autorimessa……….

“Reggio Emilia, procura indaga sul Vittoria Park dopo inchiesta su caso Expo” http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/17/reggio-emilia-procura-indaga-sul-vittoria-park-dopo-inchiesta-su-caso-expo/988987/. Il costo dei lavori è di circa 10 milioni di euro. La realizzazione avverrà in project financing da parte della società Reggio Parcheggi, di cui fanno parte la Holding Final, il Ccc (Consorzio cooperative costruttori) con Unieco e Orion e la società Apcoa, a cui sarà affidata la gestione. In una delle poche aree in cui gli scempi erano ancora limitati si è cercato di colmare la lacuna creando una laguna e procedendo con la realizzazione di “Park Vittoria”, un parcheggio sotterraneo di nessuna utilità, neanche elettorale, costoso, pericoloso per gli edifici circostanti e devastante per i resti della cittadella storica.

Park 1  Park 2

Park 3E’ mai possibile che per dare lavoro ai soliti noti si debba infierire in maniera brutale, banale e casuale su contesti urbani ed umani fragili che dovrebbero essere tutelati e non depauperati? Evidentemente non salvaguardati da Soprintendenze latitanti e preoccupate di custodire solo le poltrone degli eletti che le occupano. Quest’area del centro storico era già stata erosa dalla speculazione edilizia, illustri precedenti avevano deturpato e immiserito la piazza tra i teatri a cominciare dalla realizzazione dell’attuale Isolato S. Rocco a spregio dei portici Trinità di rurale memoria e del liberty Padiglione Diana di cui resta soltanto il nome attribuito “all’asilo più bello del mondo”, appunto edificato sull’area dell’antico edificio, oggi eccellenza mondiale in ambito educativo, sicuramente non artistica e architettonica. Il nuovo avanza e travolge l’antico che intralcia.

Cittadella

S. Rocco 1  S. Rocco 2

Pad Diana 1  Pad Diana 2  Asilo Diana 1

Constatando l’avanzamento del cantiere si desume che siano state tralasciate le più elementari indagini preliminari: analisi storica e geologica del sito, verifiche strutturali degli edifici limitrofi, connessioni infrastrutturali del parcheggio con l’interno e l’esterno della città, coinvolgimento della cittadinanza in un dibattito serio, affinché potesse esprimere un parere vincolante in merito alle successive decisioni della PA. In quel punto c’è la falda che alimentava il fossato perimetrale della Cittadella e i teatri, due edifici di notevole rilevanza storica e culturale, sono a rischio trovandosi in prossimità di questo scavo per di più allagato; inoltre i lavori hanno portato in evidenza quanto resta di una casa romana ubicata nella parte risparmiata dalle distruzioni perpetrate negli anni 50. Già nel 1953, durante l’edificazione del nuovo quartiere, furono ritrovati importanti reperti di epoca romana, realtà dipinta su tela un secolo fa dal pittore reggiano Paolo Ferretti. Ciò nonostante l’Amministrazione è andata avanti ostinata, come sempre accade quando interessi particolaristici interferiscono con quelli generali, in maniera contraddittoria rispetto alle già manchevoli strategie urbanistiche e ai principi di mobilità sostenibile su un territorio che ha nel traffico cittadino una dolorosa spina nel fianco. Sono eloquenti i volti sgomenti e attoniti di consiglieri, tecnici e dirigenti comunali che si chiedono cosa possa essere successo in questo cantiere che doveva essere, dopo il conta biciclette e le rotatorie tricolori, il fiore all’occhiello delle iniziative pubbliche a RE (http://www.ilrestodelcarlino.it/reggio-emilia/park-vittoria-siamo-entrati-nel-cantiere-1.602916). Il Dirigente alla Pianificazione (propinquo dell’attuale ministro alle infrastrutture) ha rassicurato la cittadinanza dichiarando che l’acqua presente in cantiere è piovana, quindi fisiologica alla stabilità del terreno, pertanto non sussistono le ragioni di tanta preoccupazione e sottolinea che sarà aspirata in una soluzione unica per contenere le spese, ovviamente… all’arrivo del parere della Soprintendenza Archeologica.

Tipologia: commesse private. “Non ho niente da dichiarare, tranne il mio genio.” Oscar Wilde

Dalla fine degli anni ’90 sono stati resi operativi i piani particolareggiati già previsti nel PRG, ma sospesi in attesa delle condizioni favorevoli, in particolare nelle aree a sud della Via Emilia reputate di particolare pregio dal mercato immobiliare reggiano. In queste lottizzazioni si sono esibiti tutti: committenti, progettisti e impresari mettendo in scena una grottesca fiera delle vanità, in cui il senso della storia, delle radici e della composizione architettonica appare inesorabilmente smarrito. Guardare e non vedere, quindi non capire, riproporre trivialmente stilemi e archetipi classici accostando, mischiando, confondendo, alterando e assimilando senza comprendere che l’armonia dell’edificio non scaturisce dall’aritmetica arbitraria e sommaria di maldestre finiture o di improbabili stravaganze.

Casa agricola a torre con porticati laterali stile barchessa, balconcino al piano nobile, lesene che simulano porticati di fienili chiusi, finestrini colombaia, tre tipi di coperture: padiglione su base rettangolare, su base quadrata per la torre e a due acque sulla sporgenza a nord. Poteva bastare, ma probabilmente l’opera sembrava incompiuta ed ecco che sulla sommità cala, o sorge, una voliera in ferro battuto di “pregevole” e anticata manifattura.

Canali 1  Canali 2

Il vicino di casa insieme al suo progettista, entrambi divorati dall’invidia, masticano incomprensibili linguaggi compositivi proponendo un cornicione neoclassico applicato a una villa stile “baja Sardinia”, probabili vani scala dall’improbabile contaminazione fushion afro/messicana, ingresso con campanello old England, portoncino “mediterraneo”, ma dal colore “country british” e pilastrini con cappello a pagoda.

Canali 3  Canali 4

Accanto, stesso quartierino chic, un ancor, se possibile, più eccentrico ed esuberante committente ha fatto costruire qualcosa dall’indecifrabile codice architettonico: edificio in mattoni a faccia-vista il cui fronte principale, con motivo a gradino sulla sommità, è costituito da un muro di quinta più alto del retrostante, su cui poggia parte di una tettoia il cui aggetto è sostenuto da pali in legno che, anziché affondare in acque lacustri, si conficcano sulle terrazze dei bow-windows caratterizzanti l’inquietante prospetto.

Canali 5  Canali 6

Gli esempi precedenti sono intollerabili per il nuovo arrivato che si costruisce il palazzotto cittadino attingendo ispirazione dalla casa padronale contadina, arricchendola, come se ce ne fosse bisogno, di logge, loggiati interrotti da balconi e finestre ovali. Completa l’opera una finitura indecisa tra l’intonaco stile toscana e il mattone facciavista.

Canali 7  Canali 8

Siamo in Democrazia e tutti hanno diritto ai loro sacrosanti 15 minuti di notorietà… ecco allora due esempi di sciagurata compressione cerebrale: colonne minimaliste e colonne montate trasgressivamente a rovescio con la base al posto del capitello, colori amerindi, che qualcuno definisce simil seicenteschi, balconi con ringhiera contemporanea a contrasto e balconi con pilastrini, macchine del condizionamento al “posto giusto” tra le due finestre e l’insuperabile colpo di stocco, l’emblema sigillare sul timpano d’ingresso, ovviamente la “cifra” del proprietario appare sul fronte principale, incorniciata dal timpano e impeccabilmente allineata al muro divisorio del balcone sottostante.

Canali 9  Canali 10

Se alcuni arrancano volti alla tensione del Classico, senza riuscire a citarlo, altri osano molto di più e si lasciano sedurre dall’architettura contemporanea che, come “tutti sanno”, si deve esprimere essenzialmente attraverso i cosiddetti materiali “nuovi”: metallo, legno e vetro, questa pare sia la combinazione vincente. Mettiamoci anche una parvenza di ricerca formale con la copertura curva spezzata da un sempre presente elemento verticale concluso a due falde, profondi sporti di gronda sostenuti da pilastri/pluviali in acciaio, il tutto suggellato da un colore a cui nessun essere umano avrebbe mai pensato: menta fluorescente.

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Segue edificio banalmente proporzionato, arrichito con estro fatuo da finestre imprevedibili e da posticci elementi in lamiera arrugginita, materiale senza controindicazioni nelle città del nord Europa, ma da usare con cautela alle nostre latitudini quando è esposto a sud senza ombreggiamento (come in questo caso)…meglio evitare sgradevoli ustioni nel periodo estivo.

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Per fortuna esistono ancora persone che sanno vivere e proporre un basso profilo, adeguato al lignaggio ministeriale…e infrastrutturale. Forme tozze, aperture banali, colori insulsi e lesene esitanti che si infrangono su un cornicione che tenta di evocare lo stile rinascimentale, rigorosamente in cotto, il tutto imbastito da una misurata e mediocre pretensione che conferisce quel carattere, seppur modesto, dal sapore antico a un edificio che sicuramente possiede il carisma necessario ad attrarre milioni di mosche.

Albinea 3Albinea 4 Complessi rurali di valore storico e tipologico sono trasformati in villaggetti esclusivi protetti da alti e imponenti cancelli. Fabbricati dall’antica dignità contadina sono snaturati nell’estetica e agghindati con orpelli che nulla hanno a che vedere con le regole basilari del recupero edilizio storico. Scuri scorrevoli su telai metallici lasciati in bella vista come fossero valore aggiunto e una finta “conservatory”, a camuffare un’autorimessa, sono solo le premesse di questo intervento di recupero architettonico.

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    Cà maramotti 2b Cà maramotti 1b

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LA CIFRA DEL NOSTRO TEMPO

Come si spiega questo decadimento culturale, etico ed estetico? Inquietante constatare come questa “archisutura” del quotidiano contribuisca a segnare metodicamente e trivialmente, in modo indelebile e diffuso, paesaggi che diventano sempre più alieni e stranianti, contrassegnati da impronte e linguaggi sconnessi o indecifrabili. Committenti edonisticamente rozzi, progettisti mediocri e impresari edili speculatori vivono e prosperano nel labirinto dell’ignoranza dal quale tentano di uscire con ali di cera che inevitabilmente si sciolgono alla luce della competenza e della storia svelandone l’infondatezza progettuale. Soluzioni cosmetiche tentano di rianimare, imbellettare, adornare sperando di dar vita a un edificio già morto ancora prima di essere costruito: improbabili voliere su altane improvvisate, frontoni palladiani spezzati e altre anomale, oscure citazioni.. chissà….E’ il tragicomico epilogo di un film già visto in cui si incontrano, si meticciano e fondono le lacune tristamente inconsapevoli di committenti, progettisti e, quando non sono già committenti o progettisti, dei costruttori. Perché sempre più frequentemente si avverte la strana sensazione che benessere economico e cultura siano due grandezze inversamente proporzionali? Generazioni di committenti più o meno facoltose impaludate nella scelta di elementi architettonici e finiture completamente decontestualizzati, discordanti con la storia, la geografia, la geometria, la composizione e la visione architettonica dell’edificio. Troppi confondono la semplicità, la parca sobrietà con la banalità, pertanto “pregevoli” progettisti optano per il modello “casa colonica a porta morta”, ma doverosamente “rifinito”, svilito e imbecerito da colonnati, balconi, cipria e rossetto, creando così nuovi e pericolosi archetipi per committenti rozzi e ignoranti, bramosi di citazioni qualunque esse siano.

Albinea 5OMNIA MUNDA MUNDIS.

Testa e Croce

Il pretesto di questo bizzarro connubio per antitesi nasce da una gradita visita dell’amico Masahiro che gentilmente mi ha omaggiato di una “monolitica” monografia di cui pare vada molto fiero perché celebra l’opera e l’ingegno di un suo illustre, anziano, concittadino di Osaka. Memore dell’ammirazione che da studente nutrivo per un grande ingegnere architetto italiano, geniale costruttore del cemento armato, egli ha voluto così prospettarmi un’interpretazione alternativa dell’edificare con il medesimo materiale. Anche in questa occasione è capitato come in passato di dibattere partendo dalle stesse premesse: non è di tutti saper gustare ciò cui non siamo abituati, a partire dai cibi e dalle bevande per finire con le arti. Queste ultime, in particolare, stentiamo a capirle quando si originano da altre civiltà perché il gusto e il metro di giudizio scaturiscono da differenti educazione e forma mentis pur comprendendo o immaginando il loro valore. E’ notorio come le varianti dell’architettura mettano in luce le particolarità proprie dei diversi modi di pensare nel tempo e nei territori, “così adeguandosi alle stesse regole degli idiomi mutano, s’incrociano e si sfiorano determinandone il linguaggio”.

Due progettisti, due uomini carismatici e di grande levatura, così lontani nello spazio e nel tempo, ma con una predilezione comune: il cemento armato usato sia strutturalmente che concettualmente. Uno italiano, l’altro giapponese, uno portatore di entusiasmo e di speranza attraverso un’architettura che contribuisce alla rottura dei paradigmi formali del razionalismo, grazie alle ardite soluzioni tecnico-strutturali capaci di raggiungere risultati di straordinaria eleganza, tanto da diventare icone di un nuovo modo di fare architettura. L’altro angosciato da un recente e tragico passato che tenta di esorcizzare con continui riferimenti alla tradizione culturale nipponica, cercando di coniugarli a una personale rilettura dell’architettura razionalista. I suoi edifici non nascono da fantasiosi astrattismi, ma dalla geometria: “Io creo un ordine architettonico sulla base della geometria: quadrati, cerchi, triangoli e rettangoli. Tento di usare forze dell’area in cui sto costruendo, per ripristinare l’unità tra casa e natura (luce e vento) che fu perso nel processo di modernizzazione delle case giapponesi durante la crescita rapida, durante gli anni Cinquanta e Sessanta“. Uno ingegnere dall’anima di architetto, l’altro architetto autodidatta con lo spirito del costruttore di bunker antiatomici:

Pier Luigi Nervi e Tadao Ando.

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Nel complesso Unesco a Parigi, tra la sala conferenze e il palazzo per uffici, entrambi di PLN, si inserisce lo spazio per la meditazione di TA, tale incontro architettonico e generazionale è l’occasione per conversare di questi due progettisti.

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Si tratta delle due facce di una singolare medaglia i cui lati appaiono di conio, lega e caratura diversi. Essi, pur impiegando il medesimo materiale, esprimono differenti, antitetiche idee progettuali. PLN usa il freddo cemento e inventa forme che sembrano ispirate al mondo vegetale giungendo a soluzioni quasi barocche, slanciate, fluide, aeriformi che esprimono  eleganza, ricchezza formale, speranza; mentre le strutture di TA geometriche, crude, rigide, severe, segnate da spacchi, tagli e ferite sembrano progettate per non essere abitate, quanto meno da occidentali acriticamente assoggettati all’etnocentrismo culturale classico e al decorativismo del superfluo.

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Residenze private e musei che sembrano cenotafi, con un solo ingresso sul fronte principale, chiudono il mondo all’esterno andando a creare una realtà parallela, protetta all’interno di impenetrabili mura di cemento armato dalla sensazione tattile di pareti imbottite. Gli stilemi dell’architettura tradizionale giapponese sono portati all’estremo della sintesi, del rigore e dell’astrazione, fornendo agli ambienti interni un carattere che punta più all’eterno che al terreno, luoghi di meditazione e “impermanenza” più che di ordinaria esistenza. Scrive Ando: “A volte i muri manifestano un potere che confina con la violenza. Essi hanno il potere di dividere lo spazio, di trasfigurarlo e di creare nuovi domini. I muri sono gli elementi di base dell’architettura, ma possono essere anche i più arricchenti”.

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Tadao Ando – Trailer on Vimeo    https://vimeo.com/56086928

La Poetica della Struttura – colloquio con Pier Luigi Nervi (1969)

http://costruirecorrettamente.org/site/approfondimento/video.php?doc_id=104

PLN padroneggia e sfrutta le infinite potenzialità del c.a., un conglomerato fluido che indotto a seguire le linee di sforzo si adatta alle visioni compositive disegnando audaci e diafane strutture spaziali. Maestro della logica e del concetto strutturale, come Freyssinet e Maillart, ruppe con la tradizione e diventò autore di un’architettura individuale: non creò uno stile, ma pose le premesse per crearne uno. Per tutto l’arco della sua vita manterrà questo doppio ruolo di progettista e costruttore che ne farà una figura atipica nel panorama dell’ingegneria e dell’architettura del secondo Novecento. Egli fa uso di soluzioni tecniche avanzate in stretta sintonia con la ricerca dell’eleganza formale, ma evidenziando anche una marcata attenzione per gli aspetti tecnici ed economici propri del cantiere e dell’attività di impresa.

Cartiera Mantova 1     Palazzetto Roma 3mm     Complesso Unesco Parigi 2mm

Palazzetto Roma 5mm Torino 2mm Stabilimento balneare Romamm

Molti progettisti hanno subito il fascino geniale delle strutture di PLN, suoi illustri contemporanei come Riccardo Morandi e odierni, opportunisti “fashion designers” come Santiago Calatrava che è riuscito a spacciare come “stile” la progettazione strutturale di una sorta di svilito, immiserito e mortificato Neogotico contemporaneo, ma la lungimiranza di PLN mette in guardia da superficiali interpretazioni: “Il pericolo più grave per l’architettura di oggi non è quello di una troppo semplice correttezza, ma l’enfasi retorica e le stravaganze formali che minacciano tanti aspetti della nostra società e le cui conseguenze diventano tanto più gravi per il campo costruttivo per il fatto stesso della durabilità dell’opera edilizia e per la sua diretta intromissione nella nostra vita di ogni giorno.” (PLN – Costruire correttamente).

PLN e TA sono accomunati da una sobria essenzialità: il primo strutturale, mentre il secondo compositiva e formale. Condividono l’accattivante presentazione del materiale c.a., uno con l’elaborazione di forme che esprimono energia e dinamismo, l’altro drammaticità enfatizzata dalla luce che ritaglia spiragli di vita in esangui parallelepipedi.

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Gli edifici di TA sono volumi vuoti in cui l’uomo si trova solo con se stesso in un’intimità creata dilatando all’interno uno spazio che all’esterno appare angusto e desolato, inserito in un contesto da cui cerca rifugio. All’interno sono oculatamente ritagliate le aperture che danno una percezione ideale dell’esterno, tralasciando le brutture e le visuali insignificanti, fino al punto che se non esiste un esterno da vedere allora crea un patio interno o una sola ed esclusiva vista del cielo. Propone una privacy che non attiene al celare, ma al creare le condizioni di ricerca interiore individuale o collettiva, il raccoglimento più che l’aggregazione. Gli edifici di TA sembrano conclusi e pietrificati come assiomi, ma in realtà sono sistemi modulari espandibili e riproducibili e, cosa più importante, demandano all’abitante il completamento di quello che lui ha iniziato. I fabbricati collettivi riprendono i principi di vita comunitaria promossi da Le Corbusier, ma solo la cultura giapponese ha determinato il probabile successo di queste residenze dalla parvenza “brutale” e omologante, trasformando in luoghi abitati realtà che altrove, in occidente, avrebbero generato ghetti degradati.

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I fabbricati commerciali sono lontani dalla concezione occidentale di “shopping mall” come “non-luoghi” di aggregazione, ma riprendono piuttosto il concetto delle tipiche botteghe casa per casa e di quartiere dei caotici centri cittadini giapponesi. Il gusto estetico e compositivo di TA è portatore di un minimalismo che ben si coniuga con i musei, i centri culturali e religiosi, luoghi in cui la drammaticità evocativa del cemento ferito da tagli di luce naturali e artificiali suggerisce atmosfere eteree e visioni che rapiscono l’osservatore. Intervista http://www.morettispa.it/blog/tadao-ando_1_14.html. Come percepisce la relazione tra architettura tradizionale e contemporanea in Giappone: ritiene che l’architettura contemporanea sottovaluti il valore delle esperienze del passato? “L’architettura è opera di individui e, in quanto tale, si realizza in un contesto fatto di storia, tradizione e clima. Il rapporto tra natura ed architettura e la relazione tra paesaggio ed edifici nella tradizione giapponese, sono fonti di ispirazione e suggerimenti molto utili nella fase progettuale di una costruzione. Ritengo, comunque, che l’architettura non debba limitarsi a rispecchiare i tempi, ma debba dimostrare una certa autonomia critica dall’espressione del tempo in cui è inserita”. Come interpreta, invece, la relazione tra l’architettura contemporanea delle grandi metropoli giapponesi e la tendenza dell’architettura globale? “Nell’attuale società globale le grandi metropoli di tutto il mondo presentano molti elementi comuni dal punto di vista architettonico, perciò è sempre più difficile realizzare costruzioni con caratteristiche originali di una località o di una nazione. D’altra parte, ancora oggi le mie costruzioni richiedono spesso l’abilità di fornitori di materiali e imprese edili particolarmente competenti, quindi si può affermare che esse variano leggermente in ogni cantiere”. In architettura, che funzione ha, per lei, il simbolismo? “L’architettura simbolica è sempre richiesta. Tuttavia, per quanto mi riguarda, non sono molto interessato al simbolismo formale, quanto al valore simbolico della geometria come armonia della razionalità, e del gioco di luce e ombra come percezione dello spazio all’interno di limiti materiali. Per me è importante che uno spazio architettonico, sia interno che esterno, susciti un’emozione persistente nel cuore della gente”. I suoi lavori mettono in evidenza l’importanza dell’architettura per la qualità della vita. Come viene applicata questa idea nella realtà dei piccoli spazi individuali delle città moderne? “Migliorare la qualità della vita è uno degli obiettivi dell’architettura moderna e in questo senso ritengo significativa la partecipazione di un architetto anche in relazione ai piccoli ambienti. Questo, però, non significa solo realizzare opere che rendano l’ambiente più pratico e confortevole, ma anche creare luoghi che possano stimolare l’individualità e la sensibilità dell’uomo. Personalmente cerco di realizzare spazi dove la gente provi quieta commozione che impedisca loro di parlare ad altri di quegli spazi”. Cosa ne pensa della definizione di “architetto minimalista” che le è stata attribuita? “Visti i dettagli, i minimi materiali utilizzati e le piante basate sulla geometria, è comprensibile che qualcuno mi abbia definito architetto minimalista. Tuttavia vorrei precisare che la mia architettura vuole solo essere espressione di un ambiente ricco di varietà in una struttura semplice. Lo scopo che mi prefiggo è quello di eliminare quanto non è essenziale e di porre le premesse per il fondersi dello spazio con l’esperienza di chi in esso vive. Nel realizzare questo obiettivo mi affido agli effetti degli elementi naturali quali acqua, luce e vegetazione”.

L’architettura di PLN è sicuramente aperta, concreta, divulgativa e presenta finalità educative: “Per i suoi multiformi aspetti, per la sua durata nel tempo, per i fattori scientifici estetici, tecnici e sociali che in essa si fondono, è più che giustificato considerare l’attività del costruire come la sintesi più espressiva delle capacità di un popolo e l’elemento più significativo per giudicare il grado della sua civiltà e lo spirito di essa.” (PLN – Costruire correttamente) Nervi aveva ben chiari i ruoli dei professionisti coinvolti nel processo progettuale prima e costruttivo poi, sosteneva che la progettazione architettonica dovesse essere intuitiva su base tecnico-costruttiva e solo successivamente verificata dai metodi di calcolo matematico, questo per non ridurre il progetto a un corpo senz’anima. Era convinto che la progettazione intesa come momento creativo dovesse avvenire senza idee ed esempi preconcetti e senza riferimenti a opere già realizzate. Gli edifici sono intesi come fusione di estetica e tecnica applicate alla risoluzione di specifici quesiti progettuali. PLN e TA hanno saputo attingere alla natura e alla storia per superare la loro contemporaneità e progredire culturalmente e tecnologicamente, questo è l’elemento che li accomuna e ha consentito loro di poetizzare con il materiale da costruzione freddo per antonomasia: il cemento armato. Fa riflettere la circostanza che due valenti progettisti siano uno ingegnere e l’altro autodidatta. Forse bisogna usare le nozioni accademiche solo come base di partenza, e non di arrivo, per cogliere le problematiche reali connesse all’architettura… che sono la vita stessa.

“L’Architettura è una scienza, che è adornata di molte cognizioni, e colla quale si regolano tutti i lavori che si fanno in ogni arte. Si compone di Pratica e Teorica. La Pratica è una continua e consumata riflessione sull’uso e si eseguisce colle mani dando una forma propria alla materia necessaria di qualunque genere ella sia. La Teorica poi è quella, che può dimostrare, e dar conto delle opere fatte colle regole della proporzione, e col raziocinio. [..] Pertanto è necessario che l’architetto sia versato non meno nella pratica che nella teoria, che attenda del pari alle speculazioni dello spirito ed ai lavori dell’esecuzione: perocché lo spirito senza il lavoro ed il lavoro senza lo spirito non potrebbero formare un perfetto artista… L’architetto deve dunque saper mettere in carta e rendere più stabile la memoria col notare…L’Architettura si compone di Ordinazione, Disposizione, Euritmia, Simmetria, Decoro e Distribuzione.” (Vitruvio)

Onda su onda…

wifi palmaRAI3 Report – “WI-FI: segnale d’allarme”
https://www.youtube.com/watch?v=b8RPuknJWzk
https://www.youtube.com/watch?v=wbiHJ9FSBDM
https://www.youtube.com/watch?v=nY75HHvtCTo

In Germania il Wi-Fi, già dal 2007, è stato vietato in tutte le scuole di Francoforte e il governo Merkel ha chiesto ai tedeschi di privilegiare l’accesso via cavo. In Inghilterra genitori e insegnanti hanno costretto alcune scuole a smantellare i collegamenti di computer senza fili, cogliendo l’allarme lanciato da William Stewart presidente della Health Protection Agency. Alcuni scienziati ritengono che i bassi livelli di radiazione a micro-onde emessi dai trasmettitori potrebbero essere nocivi, causando perdita di concentrazione, mal di testa, fatica, problemi di memoria e di comportamento e sul lungo termine anche leucemia e l’insorgenza del cancro. In Canada il rettore dell’Università di Lakehead ha cablato con fibre ottiche il campus, disattivando tutte le centraline wi-fi perché si legge sul sito dell’ateneo è provato che le onde elettromagnetiche provocano disturbi comportamentali, ostacolano le funzioni cognitive, interferiscono con le onde cerebrali e favoriscono lo stress. Diverse biblioteche universitarie in Canada e in Francia hanno deciso di osservare il Principio di Precauzione ridimensionandone l’uso. (http://www.altrainformazione.it/wp/2010/12/02/nelle-scuole-inglesi-docenti-e-genitori-fanno-smantellare-i-collegamenti-wi-fi/).

Quando si dice ecosostenibilità e impatto ambientale…

Il governo italiano ha stanziato fondi per il potenziamento delle reti wireless nelle scuole e per mettere in sicurezza gli edifici scolastici dal punto di vista strutturale e impiantistico. E’ più pericoloso un calcinaccio che cade in testa a uno studente o un fascio di onde elettromagnetiche ad alta frequenza che gli friggono i neuroni? Sono entrambe sciagurate eventualità. Si ricorda che i pediatri vietano l’uso dei cellulari ai minori di 10 anni. Com’è possibile che un ministro non solo non sia informato sui rischi legati ai sistemi wi-fi, ma ignori una risoluzione del Comitato sull’ambiente, l’agricoltura e gli affari locali e regionali del Parlamento europeo che ha messo in guardia i paesi membri dai pericoli legati all’irraggiamento di onde elettromagnetiche? http://ricerca.gelocal.it/altoadige/archivio/altoadige/2011/07/14/AZLPO_AZL04.html

Danger on the airwaves: is the Wi-Fi revolution a health time bomb? The Independent, April 22, 2007

http://www.independent.co.uk/life-style/health-and-families/health-news/dange…; http://wifiinschools.org.uk/4.html

Vogliamo il Wi-Fi ovunque? Il Parlamento europeo mette in guardia dai rischi .

(http://altoadige.gelocal.it/bolzano, P. Frigato) “Si sono moltiplicati in provincia gli appuntamenti e le occasioni nelle quali si auspica la diffusione di tecnologie wireless e in particolare di spazi Wi-Fi gratuiti. Ci si interroga preoccupati: Trento supera Bolzano nel WiFi? Non mancano certo gli argomenti per asserire che un accesso facilitato all’Internet abbia molteplici ripercussioni positive per la collettività. Tuttavia non mancano le preoccupazioni associate al ricorso di massa a tecnologie wireless. Occorre chiarire che:[…] quanto ai sistemi di accesso alla rete WiFi può richiamarsi una risoluzione del maggio 2011 adottata all’unanimità dal Comitato sull’ambiente, l’agricoltura e gli affari locali e regionali del Parlamento europeo. La Commissione sostiene che le esposizioni a radiazioni elettromagnetiche comportano rischi sanitari collettivi tali da richiamare i pericoli e i gravi ritardi registrati in passato con l’amianto e il tabacco o le difficoltà più recenti incontrate nella regolamentazione dei pesticidi, dei metalli pesanti o degli organismi geneticamente modificati. Invita pertanto gli stati membri dell’UE a prendere tutte le misure che consentano di ridurre ragionevolmente l’esposizione ai campi elettromagnetici e a riconsiderare i limiti di esposizione vigenti”. Il punto 6 della risoluzione, ‘concernente la protezione dei bambini” dai telefoni portatitili e dai sistemi WiFi, invita gli stati membri a vietare tutti i telefoni mobili, i telefoni DECT o i sistemi WiFi o WLAN nelle aule scolastiche e nelle scuole. Credo che sarebbe ora che si aprisse un dibattito pubblico su investimenti e tecnologie con potenziali effetti sanitari avversi su larga o larghissima scala, a partire dalla sensatezza di diffondere il Wi-Fi.”

Siamo al paradosso salviamo studenti e docenti da tegole e controsoffitti pericolanti e allo stesso tempo li infiliamo in un “forno a microonde”. Con l’appello di Friburgo un lungo elenco di medici e specialisti denuncia la pericolosità delle trasmissioni senza fili (wi-fi, cellulari, cordless): “Animati da una grande preoccupazione per la salute dei nostri simili, noi sottoscritti medici appartenenti a diverse discipline specialistiche, in particolar modo alla medicina ambientale, ci appelliamo al mondo medico, ai responsabili della sanità pubblica e ai politici, oltre che all’opinione pubblica…” (http://www.next-up.org/pdf/IGUMED_Appello_di_Friburgo.pdf).

Nel dubbio un Paese civile, che tutela la salute dei cittadini e punta sulla digitalizzazione dei servizi, opta per altre soluzioni come la fibra ottica. Perché chi governa non vuole prendere in considerazione altri mezzi meno pericolosi per la salute e non vuole adottare il Principio di Precauzione al fine di scongiurare quanti più rischi per i cittadini?

E-gov, smart city, open data e banda larga i quattro assi di Cosenza

(http://www.agendadigitale.eu/infrastrutture/946_e-gov-smart-city-open-data-e-banda-larga-i-quattro-assi-di-cosenza.htm)

Agenda digitale, arrivano “Wifi come a casa” e “Re-Open Data”

(http://www.municipio.re.it/retecivica/urp/retecivi.nsf/DocumentID/BD18A7BB4D2324FFC1257DAF004F7DA6?Opendocument).

Ossimori creati da incompetenti sedotti da tecnologie che conoscono solo superficialmente e dal fascino imperituro esercitato da Mammona “Do solo Mammona cogitant quorum Deus est sacculus” (io servo solo Mammona, pensano quelli il cui Dio è il portafoglio) Cit. Vang. “Facite vobis amicos de Mammona iniquitatis” (vi fate amici delle iniquità di Mammona). Ovviamente, i timorati di Dio potranno confidare nella teoria del Purgatorio che la chiesa elaborò già nel XII sec. per fornire una soluzione ragionevole alle esigenze poste dalla nascente società mercantile.

… A proposito di scenari avvilenti

Oggi un tristo profilo accompagna chiunque percorra l’A1 da Nord a Sud: potenti ripetitori a scandire i km e i caselli autostradali, palme d’acciaio, cipressi e pini marittimi in materiali plastici, finte torri medievali e posticci camini di vetroresina. Scenario avvilente. La necessità di mascheramento delle stazioni radio base (BTS) ha portato alla mimetizzazione delle antenne con espedienti che taluni definiscono a basso impatto ambientale, come se l’impatto fosse di tipo estetico, ignorando il vero pericolo che nasconde l’elettrosmog.

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In questi ultimi anni tutti noi siamo sempre più esposti a intensi campi di alta frequenza provenienti dalle antenne dei ripetitori televisivi e telefonici, in particolare, le antenne della telefonia spuntano quotidianamente, localmente, come funghi e spesso si collocano al centro delle rotatorie stradali debitamente “integrate” come elementi di arredo urbano. Tali apparecchiature segnano e modificano lo spazio, inoltre, sono posizionate in prossimità di scuole, ospedali, nei centri storici e persino su edifici privati previa elargizione di un rimborso che sicuramente non copre i rischi sanitari. I quattro operatori nazionali hanno triplicato la copertura del territorio, questo è stato possibile grazie al “decreto sviluppo” votato nel 2012 che ha dato il via libera per un incremento del 70% delle antenne telefoniche e del 30% di quelle televisive. L’incremento di questi mesi è strettamente collegato alla diffusione della nuova rete 4g, una velocità di connessione superiore alla attuale 3g, naturale evoluzione commerciale di una tecnologia ormai diventata di largo consumo piuttosto che una reale esigenza necessaria alle attività economico-commerciali dei singoli cittadini. Molte città sono coperte quasi totalmente da una rete wireless e alcuni sindaci hanno introdotto un assessore all’agenda digitale con il compito di assicurarsi che tutti i residenti possano connettersi gratuitamente nel perimetro cittadino. “La perfezione della tecnologia e la confusione degli obiettivi sembrano caratterizzare la nostra epoca” (A. Einstein).

In Italia il Decreto Interministeriale n. 381, del 10 settembre 1998, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 3 Novembre 1998 ed entrato in vigore il 2 gennaio 1999, fissa dei precisi limiti entro i quali un essere umano, ovviamente sano, può rimanere esposto senza conseguenze, ma farla rispettare è alquanto problematico a causa dei forti interessi in gioco da parte delle Multinazionali. Anche se per questi segnali è stato prefissato un limite massimo di 6 volt/metro, come si fa a misurarlo? Sebbene gli organi competenti affermino che il cittadino sia tutelato da questo decreto, avete mai visto qualcuno che controlli periodicamente le emissioni?

Questo tema pare non desti l’interesse dell’opinione pubblica, è raro che se ne parli, c’è chi appare completamente estraneo, indifferente, ignorante o chi teme di essere tacciato di anacronismo, oscurantismo e di voler dar avvio a un’inutile caccia alle streghe….tante categorie…nessun segnale. Alcuni ricercatori stanno verificando gli effetti biologici dell’esposizione ai campi elettromagnetici sull’organismo umano, ma nel breve termine non è semplice stabilire quali siano i valori massimi che si possano assorbire senza correre alcun rischio, nel frattempo in molti traggono profitto da questa vaghezza, in particolare quelle aziende che otterranno enormi vantaggi dalla proposta di legge scuola e banda larga, la quale impone l’attivazione di reti wifi in tutti gli edifici pubblici (scuole, ospedali, comuni ecc.). Che possa essere una strategia escogitata dai nostri “illuminati” governanti per risolvere i problemi legati all’esubero dei dipendenti pubblici e alla carenza dei posti letto negli ospedali?

“Non sempre quello che viene dopo è progresso” (A. Manzoni)

E’ proprio essenziale vivere in una casa costantemente connessa, assistita dalla domotica per servizi sempre più sofisticati e/o inutili? Credo si debba riflettere e discernere tra l’utile e il futile. E’ utile avere un frigorifero in grado di inviare una e-mail indicando i cibi in scadenza? Può darsi, per chi lavora nel settore della distribuzione alimentare e deve controllare la merce in giacenza. E’ necessario avere lo specchio che diventa una piattaforma multimediale interattiva? Forse per qualche Narciso dell’imprenditoria o della finanza. Il pericolo sociale di queste tecnologie è la deresponsabilizzazione, l’induzione alla pigrizia cognitiva atta a creare l’illusione che sia salvifico tutto ciò che allontana dal pensiero (l’atto particolare con cui l’anima percepisce, considera, riflette, osserva, immagina, ricorda, giudica, ragiona).

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Nicola De Carne Amministratore di Wi-Next non ha dubbi:

Non crediamo che le persone smanino dalla voglia di collegarsi con il proprio PC ad un hot spot in piazza del Duomo a Milano o al Colosseo a Roma, per di più a pagamento, infatti riguardo le reti metropolitane siamo davanti ad un paradosso nel quale la connettività broadband potrebbe essere diffusa grazie proprio al WiFi, ma questo non avviene a causa di investimenti frazionati che si ripercuotono poi sull’esperienza spesso deludente dell’utente, costretto a collegarsi ai vari punti utilizzando sempre account diversi e ogni volta pagando dazio. Rendere disponibile la rete in modo diffuso ed uniforme sul territorio richiede un salto non solo e non tanto di tipo tecnologico, ma soprattutto di tipo culturale […] In un contesto cittadino – spiega una nota diffusa dall’azienda – la creazione della copertura in WiFi sarà demandata ad apparati equipaggiati con il software N.A.A.W. integrati negli elementi dell’arredo urbano (pensiline dei trasporti, illuminazione pubblica, impianti semaforici, totem turistici, impianti di videosorveglianza) che creeranno una rete diffusa in modo capillare. (http://punto-informatico.it/2074845/Telefonia/News/wi-next-presenta-suo-municipal-wireless.aspx)

 Sarà il fascino delle forme?

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E’ notorio: italiani atavici estimatori di obelischi, forse per un’involontaria predilezione per quel periodo esistenziale definito dalla psicologia ”fase fallica”, corrispondente allo stadio dello sviluppo della libido, in cui prevale l’interesse per i propri organi genitali. Tuttavia, questo incessante erigere antenne, ripetitori, pali e totem è preoccupante e anacronistico. In realtà sappiamo che molte antiche civiltà hanno trovato nel parallelepipedo tronco conico un mezzo per avvicinare il divino, per scongiurare sciagure ed evitare gli strali degli dei. Altri tempi, oggi si preferisce giocare con il fato: “Alcune strade portano più ad un destino che a una destinazione” (J. Verne).

Storicamente gli obelischi erano elementi importanti dell’architettura degli antichi egizi che li disponevano a coppie all’ingresso dei templi. L’obelisco simboleggiava il Dio del sole Ra e durante la breve riforma religiosa di Akhenaton si diceva fosse un raggio di sole pietrificato dell’aten, il disco solare. Si pensava, inoltre, che il dio esistesse all’interno della sua struttura. La cuspide identificava il Benben ed era quasi sempre ricoperta di lamine d’oro, elettro o rame dorato affinché brillasse fulgida illuminata dai raggi solari. I romani erano infatuati degli obelischi, al punto che oggi quelli che si trovano a Roma sono più numerosi degli stessi rimasti in Egitto. Sono noti 27 antichi obelischi egizi, dei quali 15 si trovano in Italia.

In alcuni culti sciamanici, il totemismo si avvicina al concetto di “possessione volontaria” poiché i praticanti di queste discipline antiche e primitive entrano in un contatto così profondo con lo “spirito” dell’animale totem da esserne “soggiogate”, prendendone persino alcuni atteggiamenti ed abitudini oltre che, come si suppone, le loro abilità”. (it.cyclopaedia.net/wiki). Facile è l’associazione conquistadores-indios, affaristi senza scrupoli e fiduciosa cittadinanza, i primi offrono perline di vetro colorate e specchietti (smartphones, tablet e gingilli tecnologici), ma in cambio prendono l’oro (anima, intelletto, salute, cultura). Tra ripetitori, obelischi, totem, perline colorate e smartphones di ultimissima generazione a noi concessi non sussiste culturalmente una sostanziale differenza, peraltro creano dipendenza, possessione, afasia e amnesia.

Così lontani, mai così vicini!

Non era l’antica Cirenaica la terra dei Lotofagi? “…accolsero bene i compagni di Ulisse e offrirono loro il dolce frutto del loto, unico loro alimento che però aveva la caratteristica di far perdere la memoria”. Per non dimenticare i disastri ambientali italiani: 1906 – Amianto – Casale Monferrato inizia la produzione di fibrocemento Eternit, da parte dell’omonima ditta svizzera. Fiume Lambro 2009, rifiuti tossici e radioattivi. 2007 il relitto di Cetraro, una nave affondata nel Mar Tirreno dalla ‘ndrangheta carica di rifiuti tossici e radioattivi. 1992,  rifiuti tossici Pescara. – Amianto –. 1985, catastrofe della Val di Stava, bacini di decantazione della miniera di fluorite a Prestavel. 1978, Genova – Cogoleto, la Stoppani 92.000 m3 di fanghi tossici stoccati nella discarica di Pian di Masino. 1976, diossina, Seveso. 1970, cloruro di vinile – Porto Marghera. Industrie chimiche della zona (EniChem Agricoltura, Agrimont, Montefibre, Montedison in genere), riversano CVM (cloruro di vinile monomero), idrocarburi clorurati e metalli pesanti nella laguna. 1962, Savona, Cengio, ACNA (Azienda Coloranti Nazionali e Affini), afferente all’industria EniChem, si riversano per decenni ingenti quantità di Anidride solforosa, Benzene e fenoli. 1926 Lago d’Orta, ditta Bemberg acque reflue inquinate da solfati di rame e ammonio. (https://geopoliticamente.wordpress.com/2011/05/01/elenco-dei-maggiori-disastri-ambientali-di-sempre).

Onda su onda il mare mi porterà alla deriva, in balia di una sorte bizzarra e cattiva. …. ci sono palme e bambù… è un luogo pieno di virtù.. […] Onda su onda il mar mi ha portato qui: ritmi, canzoni, donne di sogno, banane, lamponi… onda su onda, mi sono ambientato ormai….( P. Conte) imagesDSNNPWUE

Pestifero e contagioso morbo

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Forse necessita l’intervento del laborioso provveditore alla sanità Cristofano Ceffini che si adoperò mirabilmente e con tutte le forze per far fronte alla grande epidemia di peste che raggiunse l’Italia nel 1630. Alle prese con le furbizie, le ignavie, le corruttele e le riottosità dei pratesi, egli adempì al suo compito di amministratore riportando in un diario “Il libro della sanità” le precauzioni, i provvedimenti da lui adottati e le spese sostenute durante il flagello, lasciando ai posteri un quadro completo e dettagliato di quanto avvenuto.

Le regole di Cristofano: a) rinchiudere in casa tutti i sospetti per una quarantena di 22 giorni; b) mandare al lazzaretto i contagiati; c) mandare i sopravvissuti del lazzaretto in casa di convalescenza; d) mantenerveli per altri 22 giorni di quarantena…”

Come insegna lo storico Carlo M.Cipolla nel saggio “Cristofano e la peste” se si desse spazio alla forza dell’osservazione, quanti guai e ignominie si risparmierebbero!

L’ennesimo focolaio di peste originato dal bacillo “Expo2015” induce la domanda: è possibile nell’Italia del XXI sec. sconfiggere un nemico il cui volto non è invisibile, ma provocatoriamente palese? Nel XVII sec. gli ufficiali combattevano un nemico sconosciuto: non sapevano né cosa fosse né come colpisse. Le conoscenze mediche non offrivano alcun aiuto: le terapie erano assurde. L’unica speranza era la prevenzione, tuttavia  è difficile organizzare misure preventive quando non si conoscono gli agenti patogeni e il loro modo d’azione. “Ma anche allora contribuì a questa incapacità di capire il gioco degli interessi”, scrive Cipolla: “I mercanti non si sottoponevano facilmente alle ordinanze che proibivano scambi con le aree colpite; la Chiesa si opponeva violentemente alle disposizioni che proibivano processioni e prediche; egoismo e meschinità di personaggi eminenti aumentavano le difficoltà degli ufficiali sanitari”, completavano il quadro “ignoranza, credulità, orgoglio vuoto di un’élite incapace, magistrati impegnati a punire senza sorvegliare, amministratori attenti a scrivere bandi e proibizioni preoccupati di rispettare la forma e incuranti della sostanza, medici gelosi ciascuno della propria ricetta che corrisponde a inoculare un po’ d’acqua e zucchero nell’organismo spossato della società, quando non addirittura a praticare rigorosi e austeri salassi”.

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Mediocri e superbi quanto cinici governanti hanno avuto l’opportunità, puntualmente mancata, di lanciare un segnale inequivocabile in merito al loro impegno contro tutte le mafie. Intervenire come sarebbe normale in un paese fondato sull’onestà e non sul compromesso a ogni costo: sciogliere EXPO 2015 e commissariare l’evento per mafia, chiedendo venia al mondo onesto e ammettendo l’ennesimo fallimento. Ciò avrebbe inferto un colpo durissimo all’economia mafiosa e, soprattutto, all’”indotto” politico. Ma questo non è stato fatto.

timthumb.php LA RAGIONE DI STATO

Con questo alibi in Italia sono stati commessi i più atroci crimini dell’età contemporanea. In virtù della parvenza onesta del politicamente corretto che piace ancora a tanti sudditi, seppur frustrati, e ai benpensanti che hanno il privilegio di godere di qualche beneficio, qualcuno ha deciso che ci sia un salvabile da preservare nella gestione di questo colossale cantiere.

Il Dr. Cantone e’ stato nominato al ruolo di supereroe difensore degli onesti e censore dei disonesti. Nel corso di un’ intervista concessa alla terza rete ha detto che inizialmente la sua squadra era composta da 24 persone, mentre ora se ne sono aggiunte più di 350! Più componenti ci sono in un congegno e maggiori sono le probabilità che uno di questi si possa rompere (o corrompere…). Ha parlato di numerosi arresti legati al cantiere di EXPO 2015, ma non ha spiegato come sarebbero state sostituite le imprese oggetto di infiltrazioni mafiose. Chiunque abbia anche solo una vaga idea dell’organizzazione di un cantiere sa che quanto sta accadendo non potrebbe in alcun modo consentire la normale ripresa dei lavori con il rispetto delle scadenze. Avrebbero dovuto riformulare gli appalti, verificare le aziende, confrontare i nuovi preventivi ecc. Qualora fossero state previste aziende di riserva, perchè le incaricate costrette a ritirarsi, i medesimi accertamenti avrebbero dovuto svolgersi e i tempi si sarebbero allungati notevolmente.

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“So soltanto che bisogna fare quello che occorre per non essere più un appestato, e che questo soltanto ci può far sperare nella pace, o, al suo posto, in una buona morte. Questo può dar sollievo agli uomini e, se non salvarli, almeno far loro il minor male possibile e persino, talvolta, un po’ di bene. E per questo ho deciso di rifiutare tutto ciò che, da vicino o da lontano, per buone o cattive ragioni, faccia morire o giustifichi che si faccia morire”, A. Camus, La peste.

NASCONDERE LA TESTA SOTTO LA SABBIA

Questo chiede con arroganza lo Stato ai cittadini già abbastanza stremati e avviliti per sopportare l’ennesima onta, abnegazione nell’abbassare lo sguardo, dare un’immagine positiva e di speranza oltre ogni logica e buon senso. Trattare il cittadino come incapace di intendere e di volere, vittima inconsapevole della sua ignoranza, è un malcostume italiano. Il paese sopravvive grazie alle persone oneste, nonostante quella politica intrisa di incompetenza, immoralità, menefreghismo, opportunismo, cinismo, demagogia, propaganda e quant’altro di degenerato ha esplicitamente dimostrato di possedere la classe dirigente. Il riscatto può avvenire attraverso un atto semplice: DIRE LA VERITA’. Per esempio alle ultime elezioni regionali in Emilia Romagna i vincitori si sono dichiarati soddisfatti di un conquistato 50% di consensi, ma se la matematica non è un’opinione ha votato il 36% degli aventi diritto e il 50% di 36% è il 18%.In quale paese non sottosviluppato il 18% governa l’82%?

L’Italia grazie a questa scelta politica priva di lungimiranza, oculatezza e sagacia ha perso l’occasione per dimostrare al mondo intero che non è un paese atavicamente corrotto, omertoso e apaticamente sedotto dalla prospettiva del denaro facile. Qualcuno potrebbe interpretare tale presa di posizione come segnale inequivocabile del disprezzo che alcuni politicanti provano per quella massa informe che ha perso l’appellativo nobile di popolo italiano, detentore dei diritti costituzionali fondamentali, oggi meglio definibile “sudditanza italica”. Sono biecamente convinti che nessuno riesca a vedere oltre la nebbia che quotidianamente creano intorno ai loro loschi affari. Ma si sbagliano, molti colgono chiaramente e decidono di dissociarsi da tutto questo e migrano verso altri paesi alla ricerca della dignità perduta….. ma questa è un’altra storia…EXPO 2015 rappresenta la più recente e importante occasione persa dall’Italia per dare un’immagine di Paese decoroso, dignitoso e rispettabile .

Compra un biglietto di EXPO 2015, i corrotti ringraziano!

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“I flagelli invero sono una cosa comune. Ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa” (A.Camus).

Il talento che… Libera

Costringersi a vedere oltre le apparenze e rimanere gradevolmente sorpresi da idee e processi progettuali inattesi e non scontati.

L’equilibrio e l’armonia di un edificio devono scaturire naturalmente dalla forza del progetto e si può non essere d’accordo sull’estetica del risultato finale, ma unanimi nel riconoscere l’impegno creativo e l’attenzione (o la loro assenza) profusi dal progettista alla soluzione dei problemi intrinseci ed estrinseci connessi alla costruzione.

Preesistenza obsoleta…forse, poco accattivante nelle forme…probabile, non particolarmente avvincente… certamente, brutta per molti… assolutamente!

Percorrendo il lungomare di La Spezia, adagiata sulla ex Collina dei Cappuccini, troneggiante su Piazza Europa, si nota la Cattedrale “Cristo Re” definita dalla stampa locale dei primi anni Sessanta “alieno caduto dal cielo”, “disco volante”, mal contemperata al contesto urbano. Le superfici non hanno un andamento sinuoso e seducente che rimandano a visioni di città futuribili descritte e rappresentate in libri e film a partire da Giulio Verne e Fritz Lang; non ha lucide lastre di titanio cangianti con il passare delle ore e delle stagioni; non ha il tetto “verde” e non è ecosostenibile ed ecocompatibile, ma domina sul tessuto cittadino proiettandosi verso il mare.

E’ la realizzazione di un progetto estremamente complesso affrontato con tecnologie e materiali all’epoca sperimentali in Italia, sintesi di umanità e intuizione di un Architetto… Adalberto Libera. Simbolismo cristiano, progettazione, cultura tecnologica, orografia, comunità tutto questo è stato restituito nella forma di edificio alla città di La Spezia. Punti di forza del progetto sono l’inserimento urbanistico, la disposizione della Cattedrale e del sagrato sulla collina, ma, soprattutto, la concezione strutturale, la tecnologia utilizzata, le soluzioni tecniche e costruttive che consentono al fabbricato di interagire con l’ambiente e che costituiscono le peculiarità di un progetto tuttora all’avanguardia.

Il 17.02.1929 il Vescovo di La Spezia bandisce il Concorso Nazionale per il progetto della Cattedrale, vince il progetto Del Giudice – Cadorin, ma i tempi e i modi di esecuzione consentono di realizzare, prima che scoppi la guerra, solo l’ambientazione del sito, la larga piazza rettangolare a livello del mare e la spianata della collina per accogliere la Cattedrale. La guerra sospende i lavori, ma alla fine degli anni ’50 rinasce l’interesse per la Chiesa; l’architetto vincitore del concorso, trent’anni prima, riconosce con molta umiltà che il suo progetto neoclassico risulta anacronistico (altri tempi e altri uomini…) e metterlo in atto sarebbe un errore, commettendo un falso storico. In quel momento il luogo su cui doveva sorgere la nuova Cattedrale era stato ristretto e condizionato da interventi diversi, come la costruzione di due palazzi ai lati della piazza e di un porticato alla base della collina. Per accelerare i tempi l’architetto della Curia Cesare Galeazzi, incaricato di suggerire nominativi di progettisti in grado di portare a termine “l’impresa”, propone in ordine di chiamata Giovanni Michelucci, Adalberto Libera e Ludovico Quaroni. Il primo non accetta perché le preesistenze, in particolare il porticato ai piedi della collina, lo avrebbero limitato nella sua espressione artistica (archistar del passato…), mentre Libera accetta con entusiasmo una sfida non facile.

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Il progetto preliminare è presentato alla città nel 1959 e i lavori iniziati nel 1970, ma Libera muore nel 1963 e l’onere/onore di portare a compimento il progetto e dirigere i lavori spetta a Galeazzi che l’aveva affiancato sin dalla commissione dell’incarico.

Niente di più “nuovo” della concezione arcaica della tradizione cristiana: la Chiesa come comunità di persone legate dalla fede e protese a Dio (sala circolare); questa l’idea fondante del progetto. La trasposizione simbolista alla struttura avviene realizzando il basamento contenente la sala principale per i fedeli (terra), la copertura in cemento armato dalla forma a paraboloide iperbolico (cielo) poggiante su dodici pilastri anch’essi in cemento armato (apostoli) e collegata perimetralmente al basamento da una finestratura a nastro (luce di Dio che avvolge l’assemblea e porta la rinascita a vita nuova).

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La copertura, alleggerita da chilometri di tubi in plastica inseriti nel getto, si muove grazie ai giunti viscosi posizionati sulle teste della colonne e alla finestratura perimetrale incernierata sia alla copertura che al muro di base, movimento che simboleggia la caducità della vita, il cambiamento, l’evoluzione, la mutazione. Il movimento della copertura soggetta ai venti marini fa sì che questa interagisca con l’ambiente anziché opporsi rigidamente, mentre i pilastri/apostoli fungono da collegamento/mediazione. Non si tratta di un edificio esteticamente fine a se stesso, ma di un simbolo, un’Architettura di connessione tra il comprensibile e l’imperscrutabile.

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Libera cerca di tradurre la contemporaneità attraverso la corrispondenza tra forma e funzione in un organismo attivo e dinamico che vuole stabilire relazioni all’interno della comunità cittadina, anche se ciò non riesce completamente a causa della separazione fisica tra piazza e chiesa dovuta al portico preesistente.

“… sarà bene ricordare che originalità significa ritornare all’origine come soleva dire l’architetto Gaudi. Se l’originalità viene ricercata solo per differenziarsi dagli altri, se essa è priva di giustificazioni intrinseche e non consiste nell’applicazione di vecchi principi sempre validi a problemi nuovi, se non si tratta di uno sforzo per abbandonare il peso morto del manierismo inconsistente, la ricerca del nuovo cessa di essere positiva e geniale e si trasforma in una manifestazione flagrante della incapacità e della vanità dell’artista[…] Infine, non dobbiamo dimenticare che la bellezza delle costruzioni viene percepita per mezzo della vista che, fra i nostri cinque sensi, è indubbiamente il più ingannevole.” (La concezione strutturale – Eduardo Torroja)